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L’ATTUALE AMMINISTRAZIONE COMUNALE STA
ULTIMANDO I LAVORI DI RISTRUTTURAZIONE DI VILLA MORETTI

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Con villa Moretti si operò il trapasso dall'architettura castellana al Liberty, interpretato attraverso il recupero soprattutto in chiave decorativa della tradizione gotica e romanica. Le ville di Tarcento furono caratterizzate da torrette e da una esuberante decorazione che talora mascherava una certa monotonia nell'impostazione architettonica.
Anche lo stesso Raimondo D'Aronco si avvicinò al Liberty attraverso il recupero neogotico probabilmente favorito dall'attività di impresario edilizio svolta dal padre GioBatta, che proprio a santa Eufemia di Tarcento aveva costruito la chiesa parrocchiale mentre il figlio Raimondo aveva costruito il pulpito per la chiesa arcipretale. Un liberty provinciale questo di Tarcento basato più su riprese storicheggianti che sulle novità come risulta anche dai dipinti della Cripta dei Caduti dipinti da Giuseppe Barazzutti con forti richiami all'arte bizantina mediata attraverso l'insegnamento klimtiano. Fu ancora una volta Raimondo D'Aronco ad offrire i migliori esempi di architettura liberty tarcentina: il più noto fu certamente costituito dalla casa del fratello Quinto D'Aronco, costruita nel 1909 accanto al ponte sul torrente Torre. Fu la prima opera ad essere costruita dopo il ritorno dell'architetto dalla Turchia e ripete lo slancio verticale di alcune abitazioni urbane di Istanbul nell'abile sfruttamento dei dislivelli del terreno e nelle complesse volumetrie della parte interna. Gli spigoli delle pareti sono evidenziati con teste di capro inghirlandate, un motivo decorativo già precedentemente usato in Turchia e più tardi ripetuto sulle pareti esterne ed interne del palazzo municipale di Udine. Purtroppo le alterazioni subite dal progetto originale, le manomissioni degli anni Sessanta e quelle successive al terremoto hanno drasticamente ridono lo slancio verticale dell'edificio stravolgendo le proporzioni tra i vari corpi di fabbrica ed evidenziando quella esecuzione "piuttosto triste e stereotipata" evidenziata da Vera Freni e Carla Vamier. Nell'ambito del comune tarcentino a Raimondo D'Aronco è sicuramente riconducibile nel 1921 solo la riforma di villa Biasutti a Viliafredda con elementi decorativi neocinquecenteschi e neobarocchi e l'apertura nel sottotetto di un gruppo di tre finestrelle, un'invenzione più volte ripetuta nelle ville tarcentine degli anni Venti.
Proporrei di attribuire a Raimondo D'Aronco anche il villino suburbano Mirella posto su uno sprone di terreno lungo il Torre e posto all'interno di un vasto spazio verde. L'edificio si articola intorno a uno spazio interno su tre piani. L'ingresso angolare è asimmetrico e smussato e corrisponde nel secondo piano a una veranda in ferro battuto e vetri colorati. Questa parte è elegantemente decorata con tralci di rose in pietra artificiale su uno sfondo in tessere musive dorale e la decorazione per la raffinatezza dell'esecuzione sembra confermare l'attribuzione a D'Aronco. Verso il lato meridionale sul Torre l'angolo tra i corpi di fabbrica è costituito da una loggia che forma un terrazzo al primo piano, con una soluzione particolarmente utilizzata a Tarcento in una serie di ville liberty costruite tra gli anni Dieci e i primi anni Venti. Queste non furono dissimili dai villini suburbani edificati da una serie numerosa di architetti udinesi tra cui si possono citare Luigi Taddio nel villino Agricola ed Ettore Gilberti nel palazzo Vuga. Un esempio tarcentino particolarmente significativo di questo tipo di edificio era costituito da villa Burini, costruita nel 1911 su viale Matteotti con grande esubero di decorazioni in pietra artificiale nelle fasce del sottotetto e nelle incorniciature delle finestre. L'edificio fu il primo a possedere un bagno ed era caratterizzato dallo sviluppo di ampie logge al pian terreno che formavano delle terrazze con balaustre in pietra artificiale
Un gruppo consistente di ville tarcentine sono riconducibili all'influenza di Raimondo D'Aronco e dei suoi collaboratori di studio udinesi. Questi edifici sono caratterizzati dalla volumetria quadrangolare con un incasso nella parte centrale, che forma una loggia a protezione dell'ingresso al piano terra e nel primo piano un ripiano terrazzato; il tetto ligneo a spioventi forma spesso uno sporto a protezione di un fregio graffito o dipinto nel sottotetto. Questo schema si ritrova puntualmente in un progetto anonimo, ma piacevole dal punto dI vista grafico, per una casa d'abitazione Toselli Vattolo edificata nel 1928 lungo la strada da Molinis a Segnacco. Questo modello fu ripetuto più volte ad esempio in un villino posto sulla strada per Coia, nella viila del Direttore del Cascamificio di Bulfons (ora in ristrutturazione) e in un edificio di Fraelacco. In quest'ultimo compaiono decorazioni liberty raffiguranti teste e girasoli in pietra artificiale, settore in cui si era specializzata l'impresa dì Quinto D'Aronco, fratello di Raimondo. disegno degli ornati poco curato e piuttosto grossolano fa propendere per progetti ed esecuzione da parte di capomastri locali, che continuarono uno stile liberty piuttosto convenzionale lungo tutti gli anni Venti.
SÌ possono far rientrare negli edifici tardo liberty anche quelli posti ai n. 13 e n. 15 di via Garibaldi: il primo dalla semplice volumetria quadrangolare è ancora caratterizzato da una aita loggia angolare costruita in legno di matrice daronchiana nello sporto elastico dei legni. Una pesante veranda con archi ribassati, colonnine tortili e tondi secessionisti inquadra invece la porta finestra al primo piano e il porticato d'ingresso secondo le tipologie liberty provinciali, basate prevalentemente sugli ornati.
Nel 1928 con la creazione della tranvia che collegava Udine a Tarcento si iniziò un'attività edilizio piuttosto consistente, ma talora eterogenea nei risultati stilistici. Nella zona di Oltretorre ai numeri civici 31 e 37 furono costruite delle palazzine residenziali urbane, Casa Sala e Casa Cossio, caratterizzate da elementi timpanati evidenziati da risalti angolari. Questi elementi costituiscono una sorta di modulo per costruire facciate sostanzialmente omogenee, ma sempre variate modificando lo schema a timpano con l'inserimento di un oculo sotto il timpano, differenziando i telai delle finestre o inserendo ringhiere in ferro battuto. Questa tipologia, che si inquadra più nel complesso residenziale che nelle ville fu probabilmente eseguito dalle stesse imprese e capimastri e presenta ancora nel primo Novecento dei legami con il Neoclassicismo utilitario dell'architettura ottocentesca.
Negli anni Venti piuttosto numerose furono anche le ristrutturazioni degli edifici storici preesistenti come il rammodernamento di villa Angeli.
Un caso particolarmente notevole fu quello di villa Pontoni, completamente ridipinta nel 1922 in stile floreal-rinascimentale da Giuseppe Barazzutti,anche se attualmente questi interventi sono poco leggibili dopo la ristrutturazione post terremoto.
Un caso esemplare per sovrapposizione di interventi in pochi anni è costituito da Villa Pividori al numero 63 di viale Angeli. Il nucleo più antico della villa, collocata in un ampio spazio verde, risale al Settecento; nel 1874 e nel 1904, come si legge sul retro delle tavole del pavimento, fu aggiunto un corpo di fabbrica ritmato da paraste forse ad opera di Giovanni Pividori, capomastro e titolare di una impresa edilizia. Nel 1920 la villa si ampliò dal lato opposto all'ingresso antico: furono aggiunti un salone inquadrato da archi con decorazioni in pietra artificiale imitante i fregi longobardi e una torretta con merli, caduti in seguito al terremoto del 1976. Giovanni e Giuseppe Pividori erano impresari edilizi molto attiri nella prima metà del Novecento, alla loro impresa va attribuita la villa veneziana in via Molini sul Torre che imitava nelle trifore specchiatesi nelle acque l'architettura veneziana.
Agli anni Venti si data la lottizzazione di viale Matteotti, con la relativa edificazione pressappoco contemporanea di una serie di villini a carattere residenziale, dalle caratteristiche Déco. Il modello di riferimento fu ancora offerto dall'architettura di Raimondo D'Aronco, particolarmente attento al Déco come si può osservare nella semplificazione della decorazione e nel volumi compatti della villa Tamburlini (1924) puntualmente riecheggiata in villa Toffolo (1923-1925) e nella villa di Pietro Pividori edificata nel 1925. Come scrive Rossana Bossaglia è spesso difficile parlare di Déco poiché molto spesso gli architetti italiani applicavano stilemi Déco a strutture tradizionali, rinascimentali soprattutto a schemi desunti dal folklore popolare, mentre specie a Milano si sviluppò una terza l'applicazione del Déco a modelli neoclassici, trovando singolare accordo con l'opera di arredatori e colti artigiani.
Penso che l'architettura di villa tarcentina possa essere giudicata su questi parametri tenendo conto che I’architettura Déco si adattò meglio proprio alle tipologie del villino o della palazzina borghese signorile, edificala nelle città o proprio nelle cittadine di villeggiatura come Tarcento.
Un primo gruppo di villini, come quelli Toffolo e Pietro Pividori eretti lungo viale Matteotti si inquadrano in quel modello di Art Déco praticato a Roma da Marcello Piacentini, Giovanni Greppi, Alessandro Limongelli che trovarono in Friuli pronti imitatori nell'ultimo D'Aronco, in Giuseppe Tonizzo e soprattutto in Provino Valle, che progettò numerosi villini in un Déco sensibile allo stile del Barocchetto romano. La tipologia del villino ottocentesco con torre fu rivitalizzata con innesti secessionisti nella semplicità dell'impostazione e nell'uso dei bow windows slanciati e poco aggettanti, con elementi decorativi caratteristici del Déco e nel contempo elegantemente tradizionali aperture ovali, inserti spaziali, elementi decorativi a urna, mascherone o mazzo fiorito, aggraziati abbaini, piccoli frontoni talora mistilinei. A Tarcento Provino Valle edificò secondo lo stile Déco piacentiniano la villa alla fine dì viale Matteotti dove aveva sede l'impresa edilizia di Ferdinando Ceschia, impresario che collaboro a lungo con Ermes Midena. Dopo il terremoto e la demolizione dei piani alti solo gli ingressi del piano terra con le incorniciature a gradini, tipiche del Déco, rivelano la mano di Provino Valle, che a Tarcento progettò anche "l'aereo e ardito ponte" sul Torre a Bulfons.
Villa Toffolo fu la prima ad essere costruita sul viale e si caratterizza per la sporgenza del bow-window prismatico, che forma una terrazza nella parte superiore. L'aspetto Déco è offerto soprattutto dalle eleganti decorazioni in pietra artificiale che formano timpani spezzati, mentre aperture ovoidali sono elegantemente profilate con un mascherone in pietra artificiale di lontana ascendenza daronchiana.
Villa Pividori fu edificata nel 1926 dall'impresa di Ferdinando Ceschia in uno dei lotti residenziali di viale Vittorio Emanuele III e il progetto, l'unico trovato in quel che resta dell'archivio edilizio dì Tarcento, fu realizzato abbastanza fedelmente accentuando i connotati Déco della decorazione. L'edificio, probabilmente progettato dallo stesso Ferdinando Ceschia titolare dell'impresa, fu in origine destinato ad albergo e ciò spiega la singolarità dello spazio interno. Questo è organizzato intorno al vano scale, che sporge sul lato settentrionale, mentre il pian terreno è articolato in modo complesso con un ampio bow window laterale e una sporgenza poligonale in facciata che allogava due rampe di scale. La facciata principale presenta tutti gli elementi che caratterizzarono il Déco baroccheggiante di. scuola romana: i bow windows derivati dal gusto austro tedesco e gli elementi "rubali alla tradizione colta del Cinquecento e Seicento romano giocati spesso in chiave coloristica. Questi consistono nel bugnato liscio che unisce le aperture dal primo e ali ultimo piano con profili mistilinei, nelle decorazioni a protomi umane mollo usale da Marcello Piacentini, nel motivo Déco di una corbeille di fiori dalle corolle compatte e da un timpano sporgente con cornice modanala e acroteri dai profili spezzati, di spiccato gusto Déco.
Invece del Barocchetto romano l'architetto Cesare Scoccimarro preferì sviluppare i riferimenti allo stile rustico, evidenziati da Rossana Bossaglia come una delle componenti dello stile Déco. Nato nel 1897 nel 1921 si era diplomato architetto presso l'Accademia di Venezia e subito si recò e rimase fino al 1924 in Romania, paese in cui l'emigrazione friulana era molto forte. Tornato a Udine, Scoccimarro iniziò la professione di architetto e di arredatore d'interni aderendo dapprima allo stile Déco e poi a quello razionalista, soprattutto a partire dal 1931 quando si stabili a Milano. Più complessa fu la sua evoluzione stilistica come industrial designer, posta in stretto rapporto con la sua attività di architetto.
Nel febbraio del 1927 Cesare Scoccimarro sostituì Giuseppe Barazzutti come Direttore artistico della produzione del mobilificio Fantoni per fornire forme nuove aderenti alle correnti architettoniche moderne e più gradite dalla committenza più aggiornata. In un primo momento Scoccimarro continuò sulla scia di Giuseppe Barazzutti, la produzione in stile rustico: l'uso delle tavole di legno sagomate e dei profili colorati di rosso, bianco, blu, che erano già una interpretazione personale della tradizione.
In molti degli edifici da lui progettati egli si occupò non solo dei mobili, ma anche dei lampadari, dei soprammobili, della decorazione e dell’ambientazione globale creando ambienti fortemente omogenei nell'interazione tra architettura e spazi interni. Della tradizione restava solo l'impiego delle tavole dai profili sagomati, mentre le forme rastremate, i sostegni posti di spigolo e la policromia degli intagli denotavano un'interpretazione personale estranea ai mobili camici. L'adesione di Scoccimarro allo stile rustico, strana in un architetto moderno, fu comunque di breve durata, determinata sicuramente dalla committenza. A Tarcento l'arredo per villa Angeli eseguito dal mobilificio Fantoni testimonia un certo gusto per la ripresa dello stile rustico, anche se l'attribuzione a Cesare Scoccimarro rimane solo un'ipotesi non supportata finora da alcun documento.
Contemporaneamente a queste riprese dello stile rustico, Scoccimarro rivisitò con un nuovo spirito di semplificazione le forme tradizionali approdando a una convinta adesione al gusto Déco sia negli arredi disegnati per il mobilificio Fantoni sia in alcune ville, due delle quali furono costruite proprio a Tarcento; villa Tullio all'inizio del Viale Vittorio Emanuele III distrutta nel 1976 e villa Scoccimarro (poi Villa delle rose), datata ai tardi anni Venti e posta lungo il corso del Torre proprio accanto a villa Aganoor in una delle collocazioni ambientali più prestigiose della cittadina. Sia nella tipologia esterna che nell'arredo della villa di Tarcento si possono trovare paralleli con l’arredo realizzato da Scoccimarro nel 1926 per il soggiorno e la sala da musica di villa Tamburlini nei quali fornì un ottimo esempio di Art Déco, perfettamente intonato alla minuziosa progettazione curata da Raimondo D'Aronco.
Cesare Scoccimarro realizzò per la sua villa di Tarcento probabilmente il suo migliore arredo Art Déco, di cui rimane una buona testimonianza fotografica. II villino Déco, dalle reminiscenze daronchiane, sorge tuttora sull'alta riva del fiume Torre tra terrazze digradanti verso l'acqua che condizionano la pianta dell' edificio, disposto su piani sfalsati. Grande importanza fu data alla lavorazione delle travi di legno con un ricordo evidente alla matrice popolare del Déco, alla progettazione delle inferriate dalle linee spezzate. Dalla facciata verso il fiume, che è la principale, sporge, sormontato da una terrazza, un bow-window a cinque finestre, che è il prolungamento della sala da pranzo posta al centro della casa. Scoccimarro vi diede libero sfogo al suo talento creativo inserendo i mobili realizzati dal mobilificio gemonese in un'ambientazione creata su misura. L'arredo, piuttosto pesante, rappresenta un momento di transizione tra Art Déco e Novecento: è costituito da buffe e “controbuffet" con alzate, un tavolo ottagonale, due "consolle" a muro con sostegno centrale e sedie dall'alto schienale intagliato con un motivo a palmette, più volte ripetuto nella casa. Esso infatti si ripete nel divano posto nell'alcova fiancheggiato da due vetrinette a muro. Di gusto Déco sono invece Se decorazioni dei muri formate da stilizzati motivi animali e vegetali entro riquadri con angoli smussati, mentre una scena di caccia si intravede nell'alcova e due nicchie si aprono entro gli stipiti dell'archi-trave che separa con quattro colonne i! salone dal bow-window. Qui si trovava una fontana Déco con vasca di marmo e colonnina centrale, mentre sotto le finestre si dispongono piccole panche a muro.
Nell'ingresso Fantoni creo, su disegno di Scoccimarro stesso, una raffinata boiserie con soffitto a cassettoni decorato con gli stessi motivi del salone: un separé di legno traforato con ornati a palmette divide l'atrio dalle stanze vicine, mentre il parapetto della scala presenta un motivo a graticcio, simile a quello dei due scanni abbinati al tavolino centrale. Gli interni di casa Scoccimarro furono rifiniti anche nei particolari, scelti o disegnati con cura dallo stesso architetto: piastrelle con disegni geometrici, soprammobili e lampadari a bracci in vetro soffiato, che egli faceva eseguire a Murano. La terza fase di sviluppo dell'edilizia residenziale tarcentìna negli anni Trenta è in stile Razionalista e fu rappresentata dall'opera architettonica di Ermes Midena. L'architetto fu molto legato a Tarcento non solo con vincoli d'amicizia, ma anche con una rete di parentela poiché la sorella Ines Midena Tamburlini viveva a Tarcento e quando alla fine degli anni Sessanta cominciò a soffrire di asma e di enfisema, Midena si trasferì da Udine nella cittadina di villeggiatura, trascorrendovi gli ultimi anni di vita. Ermes Midena il più grande architetto razionalista friulano cominciò proprio a Tarcento la sua carriera di architto dopo il rientro in Friuli dalla Romania dove era emigrato nel 1922.
All'aprile del 1924 si data infatti un progetto realizzato di costruzione di un garage lungo viale Principe Umberto (ora viale Marinelli) su un terreno di proprietà di Vincenzo Armellini, che forse è il primo intervento tarcentino di Midena. L'architetto progetto una serie di arconi novecentisti in un bugnato liscio molto vicino alle esperienze di Provino Valle. Successivamente progettò con risultati modesti anche la sopraelevazione dell'edificio, edificato dall'impresa di Ferdinando Ceschia, che realizzò quasi tutti i progetti tarcentini dell'architetto. Di livello superiore e molto più significativa è l'architettura novecentesca di villa Marcuzzi. Villa Marcuzzì fu costruita tra il 1924-1925 ed è dunque antecedente alla villa edificata da Midena in viale Venezia a Udine, che le si può avvicinare nella attenzione Déco ai particolari decorativi, evidente nei delicati lavori a traforo della loggia lignea. Anche in casa Marcuzzi infatti grande importanza decorativa assumono le travature minuziosamente intagliate che sorreggono il largo sporto del tetto e i complessi ferri battuti usati come portavasi o sostegni delle gronde, le decorazioni metalliche di villa Marcuzzi si legano all'attività di Midena come designer e collaboratore dell' Officina Magro & Mencacci come progettista di lampade e ferri battuti. I ferri battuti di Ermes Midena mostrano l'adesione a un moderno gusto Déco, che presenta significative somiglianze con le stilizzate volute neo-settecencesche dei ferri battuti di Carlo Rizzarda.
Nella declinazione dello stile Déco evidente negli ornati e nell'abbaino timpanato sul tetto, Midena seppe conciliare il rimando alla struttura tradizionale della residenza signorile con qualche riferimento alla scuola novecentesca milanese di architettura nella nitida profilatura degli archi metafisici che proteggono l'ingresso. La parte superiore forma una loggia laterale formata da slanciate colonne molto simili a quelle che reggono in facciata un pergolato scoperto, interrompendo la massiccia volumetria dell'edificio. Il bersò con colonne, richiamate anche nella recinzione lungo viale Matteotti, denota ancora lo stretto legame intercorrente tra le prime opere di Midena e le architetture di Provino Valle, caratterizzate secondo Licio Damiani proprio dalla "cifra stilistica" delle colonne. Queste denunciano chiaramente come Midena si ispirasse fin dagli anni Venti all'architettura mediterranea che condusse Midena a una precoce adesione al Razionalismo, i cui maggiori esponenti come Le Corbusier cercarono ispirazione proprio nei templi greci e nelle abitazioni spontanee del Mediterraneo. Il bersò colonnato posto sulla facciata di villa Marcuzzi per far da supporto alle piante rampicanti trova un convincente confronto anche con la distrutta villa Pantarotto di Udine, edificata nel 1925 da Giuseppe Tonizzo e comprova il rapido diffondersi del Razionalismo in ambito friulano. I rimandi classici, che fanno pensare all'architettura Nove-cento di scuola milanese, si fanno evidenti anche nella sistemazione del giardino specie nella serra della parete laterale che inquadra entro due nitidi corpi finestrati a prisma una statua classica disposta entro una nicchia. Questa parete faceva da sfondo a un giardino quadrangolare attraversato da vialetti rettilinei quadrangolari che conducevano il visitatore verso il pergolato, lasciando sulla sinistra spazio a un accesso delle automobili. Lo zoccolo dell'edificio è formato da pietre tagliate rozzamente che si contrappone alla luminosità dell'intonaco evidenziando la ricerca tipica di Midena per il cromatismo dei materiali. Nell'archivio della Comunicazione dell'Università di Parma esistono ancora i progetti per i mobili dello studio caratterizzato da sedie in legno massiccio a fusi di sfumatura verde e di poltrone ad orecchia, secondo tipologie molto usate da Midena negli anni Trenta. Le sedie in legno tornito si ispiravano alle tipologie anglosassoni Windsor con schienale ricurvo lavorato a fusi e sì ritrovano frequentemente negli arredi Chizzola, Morandini, Zannier, Cavazzini, Cozzi, tutti databili sullo scorcio degli anni Trenta.
La vicenda professionale di Ermes Midena presenta dunque una sintesi esemplare tra Razionalismo e sensibilità ai problemi pratici dell'abitare; ciò lo portò al recupero della tradizione, filtrata attraverso una moderna sensibilità che gli consentì di tradurre in pratica gli ideali di un abitare pratico e comodo, caratteristici del vivere friulano. Questa sapiente interpretazione della tradizione trovò splendida attuazione nella realizzazione della villa dell'impresario Ferdinando Ceschia a Bulfons sul Torre, attualmente nota come villa Solerò da! nome di Mario Solerò che la acquisto negli anni Quaranta da Ferdinando Ceschia per donarla alla sua mone alla Comunità Montana delle valli del Torre, cui appartiene tuttora. I progetti sono datati al 1938 e la villa fu terminata nel 1942. L’ampio edificio si ispirò alla massiccia volumetria delle case friulane con l'ampio porticato a pian terreno ed è caratterizzato verso il fiume da un ampio corpo aggettante che racchiude al suo interno il classico focolare alla friulana con cappa centrale fiancheggiata da panche e sedie tutt'intorno. La presenza del caminetto intendeva alludere all'intimità del focolare domestico ed è una presenza costante nell'architettura di Midena Invece del tipo a muro, più usato nelle case cittadine, Midena ripropose il modello a cappa, tipico della tradizione friulana, e usato negli stessi anni anche in casa D'Aronco. La villa è formata dall'incrocio di un corpo longitudinale, riservato alla parte giorno, che si innesta con un'ala più bassa riservata alla parte notte, la cui facciata parallela al fiume presenta i tradizionali ballatoi lignei delle case carniche. Tipica di Midena è la suddivisione netta tra parte giorno e parte notte e la concezione continua dello spazio: nella zona giorno gli spazi tradizionali della casa friulana (focolare, soggiomo-pranzo, cucina, acquaio) sono infatti tutti messi in asse. Le dimensioni degli ambienti e la loro articolazione tradizionale si discostano però molto dal Funzionalismo di cui l'architetto aveva saputo dar prova nella sua casa di Udine. Midena progettò anche l'arredo, eseguito come al solito dal mobilificio Fantoni di Gemona, passando in uno stile rustico in sintonia con l'architettura e opportunamente semplificato rispetto ai modelli tradizionali. La persistenza della tradizione del mobile popolare era pertanto in perfetto parallelo cronologico con quello della tradizione rustica nella progettazione edilizia, come osserva Licio Damiani. Midena ricreò tipologie tradizionali quali una cassapanca in legno di frassino con specchiature in noce venato dipinto a velatura con motivi agresti, scanni, mobili a ribaltina, poltrone imbottite, II mobile a ribaltina poteva funzionare da scrittoio e allora gli interni della parte superiore erano minuziosamente scompartiti, ma esso poteva essere utilizzato come semplice contenitore. La parte inferiore, più larga, era chiusa da due antine e funzionava da normale contenitore, sopra poggiava un secondo corpo più stretto rastremato verso l'alto, chiuso da una ribaltina obliqua che copriva un'articolazione di piccoli vani. La decorazione della ribaltina con intarsi o sculture torni spesso a Midena e Fantoni l'opportunità di collaborare con artisti del calibro dei fratelli Basaldella. La poltrona ad orecchia, imbottita con due ali poste ai lati della testa, e braccioli in legno, si riconduceva invece all'attenzione di Midena per gli ideali di comodità e funzionalità evidenziate nel design nordico. Molto spesso le articolazioni dello spazio interno sono fatte con mobili a muro che fungono da divisori o con piccoli muretti reggenti delle grate in ferro battuto, la vecchia passione di Midena. Questa si esplicito negli arredi d'interno nello styling dei tradizionali paralumi in seta dagli steli geometrici realizzati in ferro lucido o bronzo. Questi semplici paralumi di struttura tradizionale, ma resa essenziale dall'eliminazione di ogni orpello superfluo, furono prodotti con molteplici varianti per villa Ceschia sia nelle versioni a stelo sia in quelle a sospensione, ripetendo forme già usate da Midena anche per Casa Cavazzini. Le inferriate esterne acquisirono notevole valenza decorativa e nei notevoli spessori delle barre, che si incrociavano tra loro secondo i tradizionali motivi romboidali, mostravano un gusto volutamente primitivo nella rude massa del ferro forgiato già evidenziato negli anni Trenta.
Negli esterni e nel muro di recinzione si può notare ancora l'uso di mattoni e coppi che si alternano alle superfici ruvide intonacate secondo il raffinato impiego dei materiali tipico di Midena. La villa recupera programmaticamente motivi architettonici tipici della tradizione popolare friulane, opportunamente semplificate per influenza del lungo periodo razionalista tanto che Licio Damiani inserisce queste tipologie di committenza medio borghese nella poetica neorealista del periodo in cui il richiamo al mondo popolare, ormai in via d'estinzione, si venava di una ricerca quasi accademica del pittoresco. Si trattava però di un recupero delle forme friulane completamente diverso da quello attuato negli anni Venti. Midena si ispirò ad essa solo in alcuni elementi base, opportunamente semplificati e adattati al gusto moderno, senza alcuna concessione all'elemento decorativo fine a se stesso.
La villa Ceschia si stagliava su di un'ansa del Torre in una situazione paesistica ambientale molto simile a quella dì villa Aganoor e di villa Scoccimarro e, come in casa Marcuzzi, Midena dette il meglio di sé nella progettazione de! vasto appezzamento di terreno intorno. Sfruttò i dislivelli dei terrazzamenti che digradano verso il greto del Torre e utilizzò le acque derivate dal fiume per formare uno stagno circolare e un ruscello. La parte alta del giardino che circondava la casa fu strutturala in modo più ordinato: le piante arboree, costituite da magnolie, cedro, deodara e tuie, furono disposte a macchie, mentre il giardino vero e proprio fu progettato come una serie dì macchie fiorite, che sbocciavano in sequenza temporale sul verde del prato, Midena pose a dimora molti arbusti a foglia verde, come il ligustro e il lauroceraso, e da fiore, come oleandri, rosai, azalee, glicini, i non Furono scelti tra quelli più alti e colorati per fare gruppo di colore e Midena li enumerò puntigliosamente: spighe lanceolate, iris, flox, peonie, dalie, astri, delphiniurn mentre piante di clematide, anemoni e sassifraghe ricoprivano e coloravano i muretti a secco. Poiché l'appezzamento era molto vasto, Midena riuscì anche a ricavare un frutteto e un orto, rispettando la tradizione friulana della casia con "braida". I terrazzamenti furono sostenuti con poderosi muri di sostegno nei quali fu ricavato un rifugio antiaereo, mentre non mancarono edifici rusìtici separati dal corpo padronale come garage e pollaio, mentre sulle rive de! Torre fu attrezzata una piccola spiaggia privata, omaggio razionalista agli ideali della villeggiatura tarcentina.
Sempre per Io stesso committente, l'impresario Ferdinando Ceschia, Midena progettò nel 1939 la sopraelevazione e modificazione della casa al n. 23 di viale Vittorio Emanuele (ora n. 72 di viale Matteotti) adibita ad abitazione e sede degli uffici dell’'impresa edilizia". Nell'Archivio della comunicazione di Parma ho ritrovato il progetto di squisito gusto razionalista, che però non corrisponde a quanto resta della costruzione reale e dunque non
fu probabilmente realizzato. La prospettiva disegnata da Midena e datata al 1938 presenta volumi orizzontali articolati in tetti e terrazze, coperte e scoperte animate dal contrasto tra l'intonaco e i rivestimenti in pietra. Maggiormente vincolato dalle preesistenze, nei progetti si evidenzia l'originalità della scala d'accesso ai piani superiori costituita da funi dì canapa con anelli d'ottone, che mostra l'originalità di Midena nell'uso dei materiali. Poiché la villa serviva per abitazione e lavoro, l'arredo interno obbedì infatti a criteri razionalisti diversi dal recupero della tradizione effettuato nella villa adibita a villeggiatura. Nei progetti i mobili sono allungati e composti da superfici incrociantisi ad angolo retto, in cui solo l'uso dei colorati rivestimenti in cinz fuoriescono dal rigore delle forme. Nel soggiorno di Villa Ceschia a Tarcento l'arredo è minutamente progettato sulla pianta, in cui studio, salotto e zona pranzo sono intercomunicanti. Un ampio armadio, in parte chiuso e in pane adibito a libreria modulare, permetteva di suddividere gli ambienti senza chiuderli con pareti, secondo i canoni razionalisti applicati anche nella cucina all'americana che ripeteva i modelli applicati per la prima volta da Midena della sua casa d'abitazione.
Accanto a questi esempi migliori e visibili tuttora agli anni Trenta si data tutta una serie di ville tarcentine dalle forme pienamente razionaliste, anche se talora un po' troppo anonime. La prima fu negli anni 1931-1933 la villa del ragioner Casagrande sul viale Matteotti, distrutta nel 1976. La nitida volumetria quadrangolare a due piani risulta ritmata dall'apertura delle finestre, che ne costituiscono l'elemento modulare di lettura, secondo canoni tipici del Razionalismo di Midena. La facciata è animata al primo piano da un porticato pervio a pilastri, rivestiti in pietra, con una soluzione simile a quella di villa Sala al n. 4 dello stesso viale e anch'essa attribuibile a Midena e databile agli inizi degli anni Trenta.
Sulle pendici di Coia Midena costruì in stile razionalista anche la villa di Carlo Ceschia, fratello di Ferdinando, e databile tra gli anni 1935 e 1936 occupandosi sia dell'arredo che della architettura. L'edificio tuttora esistente si articolava su più piani da quello a pian terreno più largo allo studio collocato nella sopraelevazione del tetto. I volumi erano mossi da falde di tetto e da varie terrazze, mentre l'abbaino, che ospitava io studio, era illuminato da una finestra a nastro molto simile a quella progettata per la contemporanea casa udinese dell'architetto. L'arredo interno privilegiava anch'esso nella camera da letto e nel soggiorno le tipologie razionaliste, che furono rese più originali con il rivestimento dei soliti mobili lunghi e bassi con pannelli di massello incavati a formare una superficie irregolare. Le superfici bombate, le concavità e convessità del legno massello, i pomoli di legno sagomati formavano superfici con rientranze e sporgenze ritmicamente combinate tanto che l'esecuzione di questi arredi in massello" lavorato suggeriva in Midena una concezione del mobile come una scultura moderna, La realizzazione era possibile solo grazie alle conoscenze tecnologiche e alle abilità manuali di Giovanni Fantoni. Cancelli e fioriere furono realizzati in tondini di metallo anticorodal secondo semplici disegni spinati, ma non mancarono nelle sedie a fusi e nel focolare alcune concessioni alla ripresa della tradizione popolare, che sarebbero state riprese pienamente in villa Ceschia a Bulfons.
Negli anni 1939-1940 numerosi furono gli interventi di Midena a Tarcento poiché l'architetto lavorò spesso per una cerchia ristretta di committenti, parenti e loro amici, che gli commissionarono ville e abitazioni unifamiliari, ristrutturazioni e arredi nei quali non è facile distinguere i progetti dalle realizzazioni, peraltro non sempre di agevole localizzazione. Nel 1939 Midena sistemò per la sorella Ines Midena Tamburlini il fabbricato in via Montenero, distrutto dal terremoto, curandone anche l'arredo. I lavori erano però già iniziati nel 1935 con la progettazione delle finestre e forse delle semplici inferriate con tondini a spina di pesce. L'arredo anche in questo caso prevedeva la compresenza di elementi razionalisti con altri desunti dalle forme comode e funzionali del design nordico. La cucina con pensili fu ispirata ai modelli tedeschi del Werkbund mentre nell'arredo della sala da pranzo fece la sua comparsa il rhodoit o radica artificiale, mentre la testata imbottita e ondulata del letto nella camera era simile a quella usata per la ristrutturazione di casa Ceschia e fu molto usata negli anni Cinquanta, La poltrona basculante in cui prevalgono le superfici curve è chiaramente ispirata ai modelli di Alvar Aalto nella struttura portante lamellare che fece la sua prima comparsa nel 1934 nell'arredo Broili.
Nel 1943 Midena sistemò e ampliò l'appartamento di Gino Mosca, cognato di Midena, con l'esecuzione di ampi armadi a muro minuziosamente scompartiti e rifiniti negli interni che caratterizzano tutti i suoi arredi. Sempre per un componente della famiglia Mosca, il cavaliere Giulio fu Luigi, operò una ristrutturazione nel 1940, e un successivo ampliamento nel 1971, che dovette essere una delle ultime opere dell'architetto ritiratosi a Tarcento.
L'attiva presenza di Midena a Tarcento fu particolarmente significativa tanto che propongo di assegnare alla sua influenza, se non alla sua mano per completa assenza di documentazione a riguardo, villa Grazia di Segnacco al n. 20/16 di via Nogaria. L'edificio molto grande e in condizioni disperanti di degrado forse e identificabile con quello relativo alla domanda presentata nel 1939 dall'ingegnere Romano Piussi, forse casualmente uno dei committenti udinesi più prestigiosi di Midena per il palazzo di vetro, forse l'opera razionalista più co-nosciuta di Midena. Villa Grazia si potrebbe avvicinare alla progettazione della villa di Bulfons nella ripresa degli archi e delle logge aperte, tipiche della casa popolare friulana, nonché del contrasto cromatico tra intonaco graffito, coppi e mattoni.
Si conclude con Ermes Midena l'excursus sulle ville tarcentine nella consapevolezza della impossibilità di storicizzare avvenimenti privi della giusta prospettiva temporale e nella certezza di aver omesso o dimenticato qualcosa in ricerche rese molto difficili dalla perdita di quasi tutta la documentazione e dalla impossibilità di consultare spesso i materiali esistenti. Dalla ricerca, certamente perfettibile, emerge la continuità di uno sviluppo storico delle ville tarcentine, che dall'architettura castellana evolve al Liberty del villino con torre per poi stemperarsi nel Déco tra barocchetto e tradizione rustica espresso da Scoccimarro. Il Razionalismo risulta ben rappresentato dalle opere di Midena sia per quanto riguarda l'architettura che gli arredi. Ho preferito non andare oltre l'opera di Midena per l'Impossibilità di storicizzare edifici cui manchi la necessaria prospettiva temporale e penso che quanto schedato testimoni la dignità estetica e qualitativa delle ville di Tarcento.


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