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STORIIS E MASCARIS DAL CARNAVÂL DI TARCINT

O vin metût adun in chest libri lis testemoneancis dai nestris vecjos su la tradizion dai tomàts e dai strîts, lis carataristichis mascaris di carnavâl in len e i contrascj personificâts cun vivarose gjonde, satiriche e soradine, des fiestosis comitivis che si metevin sù i tomàts par vivi il timp dal ”mont par ledrôs”.

A devin vite ai paîs lì che si viveve la fieste di ducj, zovins e vecjos, unîts te stesse ridade liberadorie, ch’e savoltave la miserie in ligrie, i sotans in sorestants, i voltâts di cjâf in savints, ch’e butave in place, in muse a ducj, la veretât e la sbeleade, ch’e meteve in comun i ûfs e il salamp, la farine e il vin, il cjant e la ridade, il zûc indiaulât dai bai e des contrafazions … il savê, lis contis, lis esperiencis di vite: il lâ pal mont, lis miseriis, lis dificultâts, la tragjedie des vueris, lis cognossincis e i valôrs … O vin cirût di tornâ a tiessi, in marilenghe, vierte e di valôr, il fîl des contis che al pei i nonos ai nevôts.

E volût meti a gnûf il ricuart di abii intaiadôrs, come Guido Boezio, Riccardo Floreani e Giovanni Nicoletti, di Zomeàis; Aldo Micco, Attilio e Ferruccio Vidoni, Fernando Vidoni, di Samardencje; Guido e Olvino Del Medico, Alceo Muzzolini, Francesco Muzzolini, Remo Toso, Antonio Vidoni, di Cuie; Lodovico, Cesare, Arrigo, Tullio e Ubaldo Toso, di Çucje. E meti in valôr cui ch’al va indenant in cheste art e al intaie vuê i tomàts: Remo Del Medico a Cuje, Giovanni Floreani a Zomeàis, Sergio Micco a Samardencje, Luigi Revelant a Nanarià, Dino Vaccari a Vulpins, e forsit cualchidun altri ancjemò che no sin a cognossince. E ancjemò sustignî il tornâ a nassi dai strîts, dulà che tai ultins agns si son metûts in mostre lis compagniis di Ciseriis, Zomeàis e Cuie e che vuê a viodin impegnâts i zovins da “Il Scùmul”, la compagnie di Samardencje.

E marcâ il contribût dal grop folcloristic “Chino Ermacora” che si è inspirât ai strîts te coreografie dai “Tomàts”, puartâde cun sucès tai cinc continents, lì che i balarins a metin intorsi lis mascaris di len e un carnavâl plen di vite al pare vie la vecje befane. E, come par chei altris tescj publicâts, che aromai a constituissin une piçule golaine, l’intenzion no je dome di documentâ, il desideri e l’ambizion a son chei di sustignî il cjapâ pît di gnovis semencis intune tradizion che no si consumi polvarose in se stesse, ma che sei humus vivarôs pal svilup de nestre comunitât.

Il Sindic
Lucio Tollis

L’Assessôr al Turisim
Sergio Ganzitti

 

I Tomàts e il mondo alla rovescia

La maschera è legata alla gioia degli avvicendamenti e delle reincarnazioni, alla relatività gaia, alla negazione gioiosa dell’identità e del significato unico, alla negazione della stupida coincidenza con se stessi. In essa è incarnato il principio gioioso della vita. E’ senz’altro impossibile esaurire il simbolismo estremamente complicato e colmo di significati della maschera. Bisogna notare comunque che fenomeni come la parodia, la caricatura, le smorfie, le smancerie, le scimmiottature, ecc., non sono altro, in fondo, che suoi derivati. Nella cultura popolare dietro la maschera si nascondeva l’inesauribilità della vita e i suoi molteplici volti. Questa natura è indistruttibile. Anche nell’attuale vita comune essa è sempre avvolta da un’atmosfera tutta particolare, è percepita come particella di un qualche altro mondo. Non potrà mai diventare una semplice cosa fra altre cose.

E va aggiunto, per capire fino in fondo il valore della maschera nella cultura popolare, che essa era al centro di quel secondo mondo che era il carnevale.

Un tempo in cui erano aboliti tutti i rapporti gerarchici e gli uomini ritornavano puramente umani. La festa del riso di tutti, riso ambivalente, gioioso e beffardo, che nega ed afferma, seppellisce e resuscita. Il tempo in cui era possibile vivere e guardare la realtà con occhi diversi liberati dai vincoli della norma, del ruolo e del grado, dell’etichetta e della “decenza”. Lo spazio dove si elaborava un linguaggio speciale, fondato sulla logica delle permutazioni continue dell’alto e del basso, logica dei travestimenti, degli abbassamenti, delle profanazioni, delle incoronazioni e detronizzazioni burlesche.

anni cinquanta, in maschera a brutto in borgo Londra a SammardenchiaUn mondo già avviato dalla metà del Seicento all’impoverimento e all’imbastardimento. Una festa che ha quasi smesso di essere la seconda vita del popolo. Quasi, perché, come la maschera, il principio della festa popolare del carnevale è indistruttibile e, nonostante i modi di appiattimento e di feroce normalizzazione imposti dai consumi “virtuali”, pur ridotto e indebolito, irriconoscibile spesso, esso continua a fecondare i diversi campi della vita e della cultura.

A questa libertà di ciò che è diverso e lo afferma, a questa volontà di uguaglianza che rompe steccati disumani, a questo riso che sfida ruoli, privilegi, luoghi comuni e tabù, e liberamente si svolge e rinasce sempre diverso e sempre vitale, a questo senso profondo della plasticità della vita, ci richiama la presenza non banale dei tomàts. Non banali perché ancora realizzati da mani vere, con elementi naturali, all’interno di piccole comunità che serbano ancora traccia di quel mondo alla rovescia, di quel mondo della ruota dove tutto è principio e fine, alto e basso, movimento perenne che scambia sorti e posizioni, scompone e ricompone parole e gesti, che appaiono rozzi e disarticolate, ma aspirano ad essere, e sono, vive e vitali.

* La scheda rimanda direttamente all’introduzione a L’opera di Rabelais e la cultura popolare, riso, carnevale e festa nella tradizione medievale e rinascimentale, di Michail Bachtin uscito nel 1965 e pubblicato in traduzione italiana dalla casa editrice Einaudi nel 1979.

 

Il CARNAVALE nelle Valli del Torre - di Paolo Pellarini

Non è facile comprendere il Carnevale, sinonimo di sovversione, nei piccoli borghi ordinati delle valli del Torre. Il solo fatto della persistenza delle maschere di legno -“i tomàts”- ci riporta al mito ed ai riti della propiziazione, che si perdono nella notte dei tempi. Ancora nel 1500 la magia, il mondo dell’ occulto, aveva coinvolto non solo il ceto popolare, ma anche i Signori del luogo, i Frangipane. Anche se mancano documenti relativi a feste carnevalesche, un articolo degli Statuti della Confraternita dei Battuti di Tarcento risalente al 1439 ricordava che se qualcuno si fosse mascherato o “si trafacesse della sua faccia overo lu suo viso” sarebbe stato cacciato dalla “Fradaia”.

Anni Cinquanta: Carnevale a San DanieleL’ immaginario popolare si è sviluppato nel tempo, differenziandosi tra le zone della montagna e della pianura. A Tarcento si svilupperà il carnevale della borghesia con veglioni mascherati, cavalchine o sfilate di carri allegorici (a Segnacco nel 1930, ad esempio), che venivano allestiti rappresentando il lavoro dei campi, il “fogolâr” (alare) o l’ arrivo dell’ acqua corrente, con i partecipanti in costume friulano. Sulla Rivieradi Coia ed a Sammardenchia si è concentrata, in particolare dalla fine dell’800, la lavorazione artigianale dei “tomàts”, che venivano impiegati, da giovani ed anziani, sulle piazze nelle feste popolari caratterizzate dagli “strîts” (in friulano: trillo d’uccello), vere e proprie simulazioni o denunce umoristiche degli Amministratori, ma anche di altri personaggi noti. Questa era l’ occasione per i gruppi mascherati di girare per le case, accompagnati da “armoniche e liron” (fisarmonica e contrabbasso), fare qualche ballo e raccogliere per una cena comune uova, salame, farina, vino ed altro.

Nella zona montana prevale l’aspetto più misterioso ed oscuro del carnevale, caratterizzato dal “veliko (vecchio) Pust”, un personaggio silvestre con una maschera di foglie e muschio ed un vestito su cui sono appesi i tutoli del granoturco.Il “veliko Pust”, rappresentato da un fantoccio di paglia, subisce l’ impiccagione o l’ esplosione mediante una miccia, a rappresentare la fine del Carnevale. A Lusevera era tipico “fâ marcjât” (far mercato), una burla che consisteva nel prendere dalle case alcuni oggetti, all’ insaputa del proprietario, e portarli di notte nella piazza del paese, per poi al mattino seguente osservare le facce stupite dei malcapitati che cercavano disperatamente le proprie cose.

Sammardenchia: in maschera “a bello” Il filo conduttore è comunque il contrasto, che si basa su un canovaccio tramandato oralmente e che prende di mira alcune famiglie o alcuni personaggi. E’ abbastanza noto il contrasto tra i due centri di Lusevera, che rappresenta l’Impero, e Micottis, che rappresenta la Repubblica. Alla fine c’è sempre un paciere, un nuovo “pust”, vestito però con giacca nera, marsina e cilindro in testa: i contendenti si daranno la mano, per la pace sul ponte, e tutti faranno un brindisi augurale. Più in su ad Uccea, maggiormente vicina alla tradizione resiana ma fisicamente prossima alla valle del Torre, ci sono le donne che si vestono in bianco e portano in testa corone di fiori e di nastri colorati, che sono chiamate “Te lipa bile”.

Ancora a Micottis esisteva la “fantustrine”, una alleanza giovanile di iniziazione, diretta da un anziano, alla quale si poteva accedere una volta compiuti i quattordici anni; se si pagava la “fantossina” (da fant = giovanotto) costituita da denaro o vino, era possibile anche andare in maschera. A Nimis i travestimenti tipici erano quelli di animali, I’orso, il toro, il gallo, ma in particolare le donne partecipavano alle feste con “muritinis e vultins”, che non si potevano togliere.

Nella valle del Cornappo il calendario offre una distinzione tra le varie manifestazioni del carnevale: il lunedì il Carnevale piccolo (Fantisco), il martedì quello grande, e poi il Carnevale dei poveri e quello dei ricchi (sabato grasso). A Monteaperta si svolgeva durante il carnevale ogni sera, un dibattito tra Pubblico Ministero e Giudice sul matrimonio fantomatico di alcune coppie presenti (nel locale Carloni, quello della “Tigre”), finchè l’ ultimo sabato con solennità veniva pronunciata la sentenza finale del divorzio, tra lazzi e bevute dei presenti. Anche nelle valli del Torre, dunque, nella realtà umana di ogni giorno e nella finzione del carnevale, viene evidenziato quell’ eterno confronto tra il bene ed il male, tra l’ ordine e il disordine.

Le notizie riferite alle località citate nel testo sono la sintesi di varie interviste raccolte dall’autore tra la fine degli anni ‘80 e l’inizio degli anni ‘90.

 

Miseria di soldi ma non di allegria

Da un panorama generale che riguarda tutto il territorio della Valle del Torre, spostiamo ora l'attenzione sulla zona di Tarcento, ascoltando narrazioni di Anziani, testimoni dei carnevali dei tempi passati.

di Attilio Vidoni - Sammardenchia

Qui a Sammardenchia le maschere di legno venivano chiamate “burutinis” e le facevamo Ferdinando Vidoni, che era del 1912; Sergio Micco, che è del 1935; mio fratello Ferruccio, anche lui del 1935 ed io, che sono del 1926. Nei mesi di novembre e di dicembre, quando si andava a tagliare legna nel bosco si mettevano da parte quei pezzi di legno che si ritenevano adatti a costruire “lis burutinis” (maschera di legno), adatti per la forma: un ramo per fare il naso, un nodo, un buco già lavorato dal picchio, qualcosa insomma che attribuisse una fisionomia particolare alla maschera. I tipi di legno maggiormente adoperati erano l’acero, l’ontano ed il noce, che non si spacca e non ha nervatura.

Qualche attrezzo lo si aveva in casa come ad esempio lo striscio, che si adoperava per togliere la corteccia ai pali di legno, o lo spino, adoperato per scavare il retro delle maschere, qualcuno veniva fatto appositamente, come sgorbie e scalpelli, nelle fucine di Domenico Vidoni o Arturo Sommaro.

I tomats li costruivamo quando eravamo liberi dal lavoro, la festa o quando pioveva, durante il giorno, perché non c’era la luce elettrica e non si poteva adoperare la lanterna a petrolio o il lume ad olio o l’acetilene, perché ce n’era uno solo per ogni casa, e poi non si vedeva bene per lavorare. La luce elettrica è arrivata a Sammardenchia l’8 di settembre del 1943.

Si sgrezzava il tomàt sul ceppo con la mannaia, poi si lavorava con sgorbie e scalpelli, anche il retro che veniva rifinito per bene perché doveva adattarsi perfettamente al viso di colui che lo indossava. In Sammardenchia non era abitudine usare denti o peli di animale per rifinire le maschere, servivano otto o dieci ore per intagliare una maschera. Facevamo i tomàts per tutti i componenti della mascherata, ogni anno serviva qualcuno di nuovo: o perché andava perso, o qualche emigrante lo portava all’estero o qualche nuovo arrivava nel gruppo. La mascherata, i cui componenti rappresentavano i nove borghi di Sammardenchia, si divideva in due squadre: una “a bello” ed una “a brutto”. La prima, stava davanti ed era accompagnata dalla fisarmonica, con giovani, donne e uomini, con il viso dipinto da rossetti ed altri belletti, annunciava l’arrivo delle maschere “a brutto”, la seconda, composta da soli uomini, di solito i più vecchi, con addosso i tomàts e vestitacci e zoccoli, per essere quanto più possibile brutti.

Si andava in maschera dal giorno dell’Epifania fino al martedì grasso, due o tre volte per settimana, il martedì, il giovedì ed il sabato, quando il gruppo era più numeroso, eravamo anche in trenta. Si andava nelle case dove c’erano ragazze, anzi le ragazze si radunavano appositamente in quelle case, solitamente le più grandi, dove certamente sarebbe passata la mascherata. Si cantava, si ballava e si faceva qualche scherzo. Il giovedì grasso nelle famiglie ci davano qualcosa da bere con i crostoli e frittelle lievitate; il martedì grasso, quando la mascherata stava fuori tutto il giorno, dalle nove del mattino fino a notte fonda, ci davano salame, formaggio, uova e qualche litro di vino che mettevamo in una damigiana che avevamo sempre al seguito.

Il sabato successivo si faceva la cena con quello che avevamo raccolto, quello che restava lo davamo alle famiglie più bisognose, soprattutto anziani. Oltre che in paese andavamo a Coia, Zomeais e Malmaseria, soprattutto nelle osterie; qualcuno di noi, il martedì grasso, andava giù a Tarcento. Durante la mascherata si facevano le comiche o “strîts” Il capogruppo in queste scenette era Ferdinando Vidoni, ci si trovava a casa sua dove si discuteva l’argomento dello “strît” e poi ad ognuno veniva assegnata la parte. Per carnevale erano presenti anche gli emigranti, infatti partivano verso la fine di marzo o i primi di aprile.

Era stata spostata anche la festa di San Luigi (21 di giugno), protettore dei giovani, affinché anche gli emigranti potessero far festa in paese. Nel periodo di carnevale si sposava tanta gente, perché gli emigranti erano a casa e perché durante la Quaresima non ci si poteva sposare. A quei tempi, miseria di soldi, ma non di allegria.

Ferruccio Vidoni - Sammardenchia

Negli anni cinquanta, quando avevo diciassette diciotto anni, io ed altri tre o quattro di Sammardenchia avevamo allestito un carro carnevalesco e, dopo esser stati in giro per il paese, siamo andati a Tarcento, accompagnati dalla fisarmonica. Portavamo tanta allegria e tanta gente ci seguiva contenta. Avevamo costruito delle grandi maschere di cartapesta, con telaio in ferro, rete metallica e carta di giornali attaccata con colla fatta con la farina bianca.

Un anno avevamo allestito una scenetta dove uno di noi, vestito di tante fotografie, doveva fotografare una famiglia molto strana: l’uomo, con una testa moto grande, la moglie, con una testa piccolissima, ed il figlio senza testa del tutto; per attirare la loro attenzione, e perché guardassero la macchina fotografica, si serviva di un grosso topo rinchiuso in una gabbia di uccelli. Siamo andati così anche a San Daniele, nel campo sportivo, dove c’era tanta gente a vedere i carri. Un anno invece abbiamo realizzato un carro dove i marziani uscivano da una grande luna, tutto questo prima ancora che l’uomo andasse sulla luna.

Siamo riusciti a far muovere il viso di quelle grandi maschere: con tre quattro tubi di gomma, che io soffiavo opportunamente con la bocca, - collegati a camere d’aria di bicicletta, elastici e alla camera d’aria di un pallone di cuoio – riuscivo a far muovere la bocca e gli occhi che riuscivano anche ad ammiccare. Si accompagnava al carro Domenico Vidoni anche lui di Sammardenchia, già di per sé una macchietta, che mettendosi un pupazzo sul davanti sembrava che fosse lui stesso portato dal pupazzo. Con questo carro siamo andati al carnevale di Gemona, dove abbiamo vinto un premio.

Tullio Toso - 1912 - Zucchia

“Alceo andava in maschera coi suoi amici di Coia, ma lui non faceva le maschere; le facevamo io e mio fratello Baldo per tutti. Loro andavano in maschera ogni sera, con vestitacci e zoccoli, bussavano alle porte delle case ed entravano a raccontare “zatare” (satire sui fatti e persone locali) o a fare “macacadis”. Noi andavamo a suonare, ma non in maschera, a Magnano, Artegna, anche a Montenars, su per il Cjampeon di notte con il ferâl, e si andava per le case, dove c’erano ragazze.. prima si suonava fuori, poi ci facevano entrare. Si alzavano madri e figlie, anche se erano a letto! C’ero io con la chitarra, Toni Ucel con il contrabbasso, Onofrio con il mandolino... ci divertivamo.

Dopo arrivavano le maschere a fare la commedia, ma poi andavano via. Olvino e Meni “Surîs” (Domenico Del Medico), Cesar (una macchietta) andavano a Coia, inizialmente con le maschere di Vico (Vico Toso, morto giovane, nel ‘15). Mia madre faceva la sarta, lavorava giorno e notte per mantenere i figli. Lei faceva i vestiti di tela di sacco, li colorava con le tinture e li inamidava perfino, perché andassimo in maschera con vestiti eleganti, con il frac; era bravissima in questo. Le mascherate sono durate fino alla seconda guerra mondiale, dopo no, poca cosa. Conoscevo Floreani Riccardo e Guido Boezio di Zomeais, ma loro hanno cominciato dopo a fare maschere, all’inizio usavano le nostre, venivano da Zomeais a prenderle.

Si sgrezzava il legno con l’accetta, poi si scolpivano i lineamenti, senza finirli; si scavava dietro lo spazio per il viso ed infine si rifiniva con gli scalpelli tenendo la maschera in mano. Aveva un centimetro di spessore! Il legno era di “vencjaresse” (salice) o “ornâr (ontano)”, legno dolce insomma. Si andava a rubarla, la “vencjaresse”, di notte con il “seon”(segone). Si dipingevano con pochi colori, solo tre-quattro; colori a terra, semplici”.

Mio padre Vico insegnava in una scuola tecnica a Parigi e quando tornava a casa, per le elezioni ad esempio, era considerato una personalità; lui scriveva anche. E poi è stato il primo a fare -a mano- i chiodi quadrati qui a S. Biagio: aveva la prima fabbrica a Tarcento; esiste ancora il sasso che faceva da stampo. C’era anche un vecchio chiamato “il cotolòn”, perché aveva un lungo grembiule che trascinava a terra; fabbricava “furducjs”(succhielli) di tutte le dimensioni: avrebbe voluto insegnare ai giovani il suo mestiere, ma nessuno sembrava veramente interessato. Io ero bambino e stavo ore a guardare come facevano e a cercare di imparare.

Nessuno cura più quei vecchi mestieri, per esempio il battirame: Toffoletti (il padre della dottoressa) è stato un artista, aveva imparato con Flebus. E il maniscalco: ce n’era uno in via Dante e uno a Loneriacco, sulla strada, “il barbòn”(il barbone) lo chiamavano, aveva quattro lavoranti. Mio fratello Baldo aveva fatto la scuola d’arte a Udine ed aveva insegnato anche lui per qualche anno, prima di lavorare in proprio. Faceva dipinti per le chiese, che venivano approvati preventivamente dalle “Belle Arti”.

Otmar Muzzolini

Billerio Che carnevali, quegli anni, a Billerio! Erano il più bell’intermezzo dell’anno. Lo aspettavamo con ansia e già ai Santi si cominciava a pensarci e organizzarci per viverlo al meglio. Cercavamo le sale dove avremmo ballato, cercavamo i “tomàts” per andare in maschera, mettevamo da parte salsicce e cotechino per le cene che avremmo fatto, spiccioli per i crostoli che avremmo fritto.

Piccole cose, d’ accordo, cose di paese e di borgo, ma che bello! Le sale da ballo erano le grandi cucine che un tempo si trovavano ancora in qualche casa, e che oggi non ci sono più: là di Fabro, là di Trivilin, là de Gjale, là di Ferigo, di Mezelan, là de Dosche... quelle grandi cucine che davano sul fogolâr, attraverso una porta a tre ante tra due mezze colonne di stipite.

Le orchestre che avrebbero suonato erano formate da noi stessi, poichè noi tutti o quasi, sapevamo più o meno suonare una chitarra o un mandolino, a orecchio, sotto la direzione di puar Nòfrio. Suonavamo a turno, per poter anche ballare ogni tanto. Puar Minzin o puar Toni Ucel, accidenti quanti “puars” (compianti), venivano a supportare l’orchestra con fisarmonica e contrabbasso. Se Minzin, che era molto richiesto, non riuscivamo a farlo venire con noi, andavamo a cercare un sostituto a Martinazzo, ché ce n’ erano di bravi anche là, e venivano per il pasto e per un po’ di pannocchie o castagne. Di solito si ballava il sabato, perché si poteva tirare tardi senza pensieri per il giorno dopo.

Ci si vestiva bene: un pizzico di vaniglia nel taschino della giacca per profumare, un po’ di brillantina sul ciuffo e via con i vàlzer, le pòlche, le mazùrche, i tanghi, e a ristorarsi con il vino ogni tanto, che passava di bocca in bocca nelle brocche o nei bottiglioni. E andavamo in maschera, “a brut”. Tomàts di cent’anni sul viso, a trasformarci in diavoli, con nasi bitorzoluti e paurosi a vedersi, con brufoli qua e là, con gozzi spropositati; vecchie giacche, diventate blu con il solfato; vecchi cappotti militari della guerra del 15; e zoccoli con il fieno dentro, sui piedi nudi. Per un senso di ospitalità tradizionale, che nessuno rifiutava, le maschere potevano entrare anche nelle feste più private, sicure che nessuno avrebbe cercato di scoprirle; e ballare anche, a patto che, dopo tre balli, o mostrarsi o andarsene!

Succedeva spesso che venissero offerti crostoli, che venivano sparpagliati su un lenzuolo a terra, o messi in un cesto della biancheria; oppure polenta fredda e brovada, o susine. Di solito il tutto veniva offerto dopo un discorsetto “ad hoc”, come si dice, o dopo un po’ di teatro. E dopo tutti in cerchio a mangiare, in fretta, per non perdere neanche un minuto di ballo. Carnevali di una volta, di paese e di borgo! Carnevali familiari, senza pretese e di poca spesa. E oggi, qui, tante cose sono cambiate. I rapporti tra le persone si sono allargati, i mezzi e le possibilità sono tante, le distanze non contano più, il Carnevale non è più “a brut”, e i giovani...

Ecco, ai giovani d’oggi che vivono in un mondo più facile del nostro degli anni venti o trenta, un augurio: che il loro Carnevale possa dargli la stessa gioia che ci hanno dato i nostri, nella loro limitatezza, nella loro modestia, nella loro grande ingenuità.

Carnevâi da “Il Pignarûl” - 1974

Bruno Peressoni - Borgo Urana

Ricordo Billerio come centro delle mascherate degli anni ‘20 e ‘30. Cominciavano ad andare in maschera addirittura la sera del 6 gennaio; ricordo che Alceo era il più attivo. Allora non c’erano particolari restrizioni nella partecipazione, potevano partecipare sia uomini che donne; mi ricordo di un gruppo vivace ed attivo per molti anni: c’erano Alceo (Muzzolini) di Billerio che era il trascinatore, Corrado (Zaccomer) di Noglareda e poi Franz e Iordan di Billerio. Andavamo per le case, specie dove c’erano ragazze, si ballava, c’era sempre musica e allegria; dopo un po’ arrivavano alcuni mascherati - con i tomàts - a dire stupidaggini per divertire; a volte preparavano “une zàtare” o “strît” per prendere in giro qualcuno, magari in rima.

Funzionava ad esempio più o meno così: Meni Ucel (Otmar Muzzolini) diceva una strofa, e Carli de Buse gli rispondeva, e così andavano avanti a lungo, finchè l’ispirazione li sosteneva: si rideva a crepapelle. Mi ricordo ancora qualche battuta: “Cenco malvivente, sbarbatore di polente”, oppure “Rinaldo Vincjarêt, cun che muse color fum di pêt”. Mi ricordo anche una che si riferiva a Tuttin, il tassista, che veniva all’osteria di Gjén, con la Balilla -in quegli anni!-: “Se il comune non si impensa, di rischiarar le nostre androne, al è pur simpri qualchi mone, ch’e nus ven a inluminâ”. “Se uno faceva più di tre balli nello stesso posto, doveva togliere la maschera... Un anno poi, mi pare fosse il ‘32 o il ‘33, mi ricordo della “bande rabiôse”, era un gruppo di 25 giovani del borgo di S. Giacomo di Billerio.

Franz e Meni Ucel avevano costruito gli strumenti da soli, erano strani e ridicoli ma suonavano... un mandolino fatto con un pitale, per esempio; io avevo un trombone, c’era anche il tamburo; il direttore era Ucel, il fratello di Otmar: suonavamo perfino la marcia nuziale dell’ Aida!” Avevamo fatto le prove ogni sera per più di quindici giorni. Avevamo anche un tamburo rotto, dove raccoglievamo tutto quello che la gente ci donava: cibarie per lo più. Una sera siamo andati su fino a Coia e poi giù a Tarcento in piazza Libertà: era piena di gente che ci aspettava, perchè avevano saputo che stava arrivando “la bande rabiôse”. Davanti a tutti c’era un cavallo, il cui cavaliere gridava: ‘annunzio vobis gaudium magnum, ae sta par rivà la bande rabiôse!’ Franz e Jordan erano davanti a tutti. Le maschere venivano intagliate dai Toso; tutti in famiglia erano bravi, non soltanto Vico... E ricordo che le faceva anche Franceschin, e anche il padre ed uno zio di Alceo.

Olinto Pinosa - 1915 - Villanova delle Grotte

Le maschere si facevano anche di cartone, con valige vecchie; si dava un po’ di forma e poi si facevano i buchi. Si attaccava il naso, e un po’ di pelo o addirittura la spelaja dei materassi o la “barba” delle pannocchie. Qui a Villanova tutti si arrangiavano a farle da soli, per usarle, con qualsiasi materiale; anche con radici o pezzi di legno quasi marcio che si trovava nel bosco. Tra le borgate c’era rivalità. Quella volta si usavano vestiti allegorici, presi a noleggio, per essere più eleganti e sentirsi “superiori”.

E non si risparmiavano le frecciate; ricordo uno che diceva: “Ci sono certe signorine, che sembrano delle madonnine, ma sono delle vere sgualdrine” . Qualche volta si vestiva anche il vecchio, con la maschera di legno e i peli, altrimenti si usavano quelle di cartone”. Andavano in maschera solo gli uomini, finché si sposavano. Si andava in maschera nelle case dove c’erano le ragazze. Si entrava uno alla volta, ed ognuno faceva una “parte” di una pantomima, una satira; potevano essere anche 5 - 6 alla volta, e poi si ripeteva in un’altra casa e così via.

Si era vestiti semplicemente, anche senza maschera. Si prendevano in giro i presenti, magari cambiando i nomi per non farsi capire o per non offendere direttamente. Tutta la gente della borgata veniva a sentire: era una specie di “teatro”, per divertire le persone.

Qualche volta si portavano in giro anche le slitte; un’ altra volta uno era vestito da diavolo (Cesare mi pare), tutto nero di fuliggine, ed un altro vestito da frate confessava i suoi peccati. Alla fine Carnevale faceva testamento; come una specie di confessione.

COME SI REALIZZA UNA MASCHERA di Luigi Revelant

Nei racconti si coagulano ed emergono due elementi comuni e, possiamo dire, identificativi del Carnevale tarcentino: le maschere di legno - i “tomàts” - e le satire -gli “strîts”. Vediamo allora come nasce una maschera di legno, attraverso la descrizione che segue.

Attrezzi e legni

sbozzaturaLe maschere vengono realizzate per essere usate: va da sé dunque che il legno da scegliere deve essere possibilmente leggero, ed anche facilmente reperibile in loco. Fra le essenze più usate troviamo il tiglio -”tej”, comune albero decorativo ma che cresce spontaneamente anche sul Bernadia, specie dalle parti di Villanova delle Grotte. Anche l’ontano -”alme” o “olnâr” - dal bel colore rossiccio, viene sovente usato; ed infine la “vencjaresse” (salice), un tempo molto comune vicino ai vigneti. I ferri impiegati per l’intaglio sono le sgorbie - “sgoibis”-, in tutti i formati e le dimensioni che la fantasia dell’intagliatore richiede. In genere ne bastano da 10 a 20, per tutte le necessità: almeno due lame di larghezza 40-50 millimetri -una dritta ed una leggermente curva - per la sgrossatura, tre o quattro tonde di varie dimensioni per i particolari incavati, altrettante leggermente curve per le finiture ed un paio a “V” per le incisioni ed i dettagli. Molte altre sono utili, volendo aggiungere raffinatezza al lavoro, tuttavia non sono indispensabili.

Come si inizia - sbozzatura

sbozzaturaLa fantasia o il caso hanno sollecitato all’autore un particolare soggetto, che è stato possibilmente riportato su carta per fissare l’idea. Esso può venire completato con l’indicazione delle misure approssimative che l’opera finita dovrà avere. Si deve ora scegliere il legno adatto, generalmente un semitronco di almeno 25 centimetri di diametro e altrettanto in altezza, facendo attenzione che sia stagionato ma non troppo secco oppure fessurato, altrimenti può presentare difficoltà di lavorazione. Si inizia togliendo la corteccia con una accetta affilata, si sbozza poi grossolanamente la forma decisa per il soggetto, usando lo stesso attrezzo su un ceppo di legno; oppure, dopo averlo fissato saldamente sul banco da falegname, si inizia a sgrossare le forme principali con le sgorbie più larghe. In questa prima fase ci si concentra solo sui piani e le dimensioni di massima, senza troppo curarsi dei dettagli. Questa è una parte fondamentale del lavoro, perché determina l’esito finale: richiede decisione ed anche forza, poiché spesso vengono tolte “fette” abbastanza grandi di materiale con pochi colpi (e naturalmente con ferri ben affilati!)

Fasi centrali e finiture

sbozzaturaOra si prosegue a definire i dettagli del soggetto: si “porta fuori” il naso, dritto, bitorzoluto, pendente, all’insù, o come l’idea originale richiede; si lavorano le guance e si imposta la bocca; si scavano gli occhi, ci si sposta sulle sopracciglia e la fronte. Si usano per questo le sgorbie medie: quelle curve di varie dimensioni e quelle a “V”, quando è richiesta la definizione di un lineamento più deciso. Naturalmente ogni autore ha le sue preferenze riguardo all’ordine delle operazioni; tutti comunque lavorano alternativamente sulle varie parti del viso, per mantenere il controllo delle proporzioni scelte e la rispondenza all’idea originale. Quando la maschera si avvicina ai connotati desiderati, è il momento di iniziare a svuotare la parte posteriore, per adattarla al volto di chi la indosserà. Viene qui usato un attrezzo particolare ed ormai poco consueto: una specie di martello con la lama concava e ricurva, con il quale si può asportare più facilmente e velocemente il materiale. Questo attrezzo però richiede una buona maestria e, soprattutto, una buona mira! Naturalmente, per ottenere lo stesso scopo, si possono usare anche le normali sgorbie curve o “a cucchiaio”. Ad ogni modo, più accuratamente viene eseguito questo lavoro, più confortevole sarà l’uso da parte del mascherato. Terminata questa importante anche se non appariscente fase, si passa alla rifinitura dei dettagli. Vengono ora utilizzate sgorbie molto ben affilate, sia quelle larghe e leggermente curve - per “levigare” con il taglio netto e continuo le superfici più dolcemente arrotondate -, sia quelle più strette e accentuate - per dare carattere ai lineamenti. Chi sceglie invece una levigatura finale più raffinata e morbida utilizza anche la carta vetrata, ripassando tutte le superfici con attenzione per togliere le spigolosità e i segni di lavorazione delle sgorbie

Fonti di ispirazione e destinazione d’uso

Le maschere più belle sono lis burutinis, cioè quelle che mostrano le deformità, il grottesco, il pauroso di un volto. L’ispirazione può venire da caratteristiche “speciali” di un viso, ispirando così caricature grottesche e divertenti. Oppure può essere il desiderio di rappresentare l’istinto selvatico da “omp dal bosc”(uomo del bosco), per incutere timore. O anche il diavolo e la strega, soggetti da esorcizzare per vincere le paure dei più piccoli - e non solo. Diverse e libere sono le ispirazioni, non riconducibili ad una matrice comune del Carnevale tarcentino, che non ha avuto e codificato personaggi simbolici, da ripetere sempre uguali anno dopo anno. Lo testimonia la grande varietà di soggetti, immagini grossolane o raffinate, visibili nella raccolta delle vecchie maschere delle Valli del Torre, conservate nei Civici Musei Udinesi. Negli anni fra le guerre, ed anche dopo, fino agli anni ‘60, queste maschere vennero usate attivamente negli strîts, o zataris, inventate e “recitate” liberamente per stare insieme in allegria.

GLI “STRÎTS”, OGGI

Ed ora l’altro elemento, la satira, frutto della fantasia di gruppi locali. Uno in particolare, “Il Scumul” di Sammardenchia, si è fatto apprezzare negli ultimi anni come protagonista molto attivo e divertente.

Viene qui riportato uno strît: che ha segnato nel 1993 la rinascita di questa tradizione mentre quello relativo all’ultimo carnevale lo troviamo nella versione friulana. I testi di solito sono brevi, solo un canovaccio, un “sentiero” che il gruppo di mascherati percorre improvvisando, fino alla conclusione più esilarante. Per renderli più comprensibili alla lettura sono quindi stati trascritti e completati. Naturalmente non è possibile rendere l’atmosfera della esecuzione, che deve essere necessariamente ”vissuta” di persona.

Pifanie a Tarcint - Gruppo di Coia -

1ª Scena
Entra un Carabiniere seguito dal Sindaco con la inseparabile bici; il C. ordina ai presenti di spostarsi e far strada al Sindaco. che va alla scrivania. Il narratore chiede attenzione e introduce la storia: la vera storia del Pignarûl Grant di quell’anno, che inizia alla vigilia di Natale, quando il Sindaco riceve una strana telefonata da uno degli organizzatori dell’Epifania... Il Sindaco siede alla scrivania ed esamina le carte.. Squilla il telefono, all’altro capo ci sono M... e N... (le cui maschere entrano in scena) che comunicano le loro dimissioni dal Comitato Organizzatore; il Sindaco appare molto sconsolato, la telefonata si interrompe bruscamente.

Da quel momento, M... e N... vagheranno sempre sulla scena come fantasmi, parlottando, suonando il piano o bevendo “taglietti”. Il narratore annuncia l’arrivo di Flor... (con berretto “Makita”) Flor... chiede notizie di un contributo per un torneo di calcio, il Sindaco risponde bruscamente dicendo che ha problemi ben più importanti e urgenti, come trovare chi organizza l’Epifania! F... rincuora il S.: c’è qui lui per questo, non è stato forse il consulente di Italia ‘90? Farà lui l’Epifania, meglio di chiunque!

Il Sindaco. telefona subito all’Assessore C..., per l’assenso; durante la telefonata si mette in piedi e s’inchina più volte ..”Sì Assessore, ... sì Assessore...” ed alla fine, visibilmente sollevato, dà l’incarico a F... e gli consegna le chiavi della Pro Loco. I due escono di scena.

2ª Scena
Il narratore illustra il lavoro alacre della preparazione del Pignarûl, dell’organizzazione del corteo e della fiaccolata, del Premio Epifania. Siamo al giorno tanto atteso, prima della salita al Cjscjelat della fiaccolata. Una maschera entra in scena con una grande siringa di Attak, va alla porta della Pro Loco ed armeggia, poi esce di corsa. Flor... rientra e va alla porta della Pro, che è bloccata. Impreca.

Entrano gli alpini di Coia, che allestiscono il Pignarûl. Flor... si piazza al centro della scena e dirige i lavori, vociando forte. Parla di frequente con la ricetrasmittente, dando disposizioni al regista del corteo, al buffet del Premio Epifania, ecc. Entra in scena DL... (fiaccola dietro la schiena), si avvicina a F... facendogli notare che il Pignarûl non si fa così ma... F... sbraita che da quest’anno si fa tutto nuovo, che il Direttore è lui, che DL... si adegui o se ne vada! DL... si allontana e F... continua a dare disposizioni. Entra di nuovo DL..., chiede notizie sul numero dei figuranti del corteo, l’anno scorso ce n’erano 130... F... sbraita ancora più forte: c’è un regista che se ne occupa e DL... non disturbi e se ne vada! Di Len... si allontana ancora e F... continua a dare disposizioni. Entra di nuovo DL..., chiede chi farà la fiaccolata, perché lui e i suoi ragazzi... F... lo interrompe inviperito, proibendogli di andare con le fiaccole e guai a lui se accenderà il Pignarûl ! DL... ubbidisca o se ne vada! F... e DL... escono di scena.

Il narratore ricorda che sta iniziando la salita della fiaccolata Entra il Carabiniere con un volante in mano e si siede su una sedia; a fianco siede DL... con la torcia in mano. Partono con l’auto verso il Cjscjelat; di frequente DL... fa fermare l’auto e ordina ai suoi ragazzi di stare più vicini, o più lontani, o di allungare il passo. Arrivano infine a Coia, il Carabiniere. esce di scena e DL... incita i suoi ragazzi, dà fuoco al Pignarûl ed esce rapidamente di scena. La luce dentro il Pignarûl va al massimo.

3ª Scena
Il narratore si meraviglia che il Pignarûl sia già acceso, mezz’ora prima dell’orario stabilito. Arriva al Cmascherejscjelat la maschera del Vecchio Venerando, anche lui meravigliato di trovare il Pignarûl acceso e già quasi consumato; la luce del Pignarûl si attenua e si spegne, il Vecchio dà un calcio al Pignarûl, che si squaglia completamente. Comincia a girare faticosamente intorno ai resti, lamentandosi di aver fatto tanta strada per niente.

Rientrano una alla volta le maschere degli altri protagonisti, e seguono in tondo il Vecchio Venerando; nell’ordine il Sindaco, F..., DL..., il Carabiniere, M... e N... Mentre girano in tondo litigano; uno apprezza, l’altro disprezza, F... è inferocito con DL... per l’anticipo dell’accensione, DL... incolpa F... della esiguità del corteo, dandogli del “dilettante”, il Carabiniere cerca di fare da paciere... Il Vecchio si tira fuori dal girotondo e considera sconsolato come a Tarcento non si possa andare d’accordo nemmeno nell’organizzazione delle feste! Gli altri escono di scena azzuffandosi.

Il narratore informa che non è finita; manca la consegna del Premio Epifania! Richiama quindi in scena le maschere e scherzosamente si assegna: a DL..., un mini-Pignarûl con una scatola di fiammiferi; a F..., un annaffiatoio; al Sindaco, un foglio arrotolato e legato con nastro rosso. Il Sindaco. apre il foglio ed esclama “ma non c’è niente!”. In coro gli rispondono: “in effetti è proprio quello che hai fatto per l’Epifania di quest’anno!

Manifestazioni

Per completare questa pubblicazione, riportiamo gli episodi più significativi della riscoperta di questa tradizione tarcentina, una “perla della Perla”, se così possiamo chiamarla.

  • 1987 - Tarcento: Mostra di tomàts a Palazzo Frangipane
  • 1988 -Milano: Grande mostra di oltre 50 tomàts nella galleria d’arte “Studio Bramante”
  • 1992 - Tarcento: Prima edizione del laboratorio delle maschere
  • 1992 -Milano: Mostra dei tomàts nella Circoscrizione 15
  • 1992 - Udine: Mostra in Fiera, a “Idea Natale”
  • 1993 - Tarcento: Seconda edizione del laboratorio, con il nome “I tomàts: fascino antico, nuove emozioni”
  • 1993 - Tarcento: Rinascono gli strîts, portati nelle osterie dai gruppi di Sammardenchia, Coia e Ciseriis
  • 1994 - Tarcento: Terza edizione del laboratorio “I tomàts: fascino antico, nuove emozioni”
  • 1995 - Tarcento: Quarta edizione del laboratori, “I tomàts: fascino antico, nuove emozioni”
  • 1996 - Cividale: Mostra dei tomàts, nell’ambito della festa di Carnevale “Scaramatte”
  • 1998 - Sammardenchia: Nasce “Il Scùmul”, compagnia che rinnova e fa rivivere gli strîts e presenta “Il parto”
  • 1999 - Sammardenchia: “Il Scùmul” presenta lo strît “Il processo”
  • 2000 - Sammardenchia e Tarcento: “Il Scùmul” presenta lo strît “Berto, il clone”
  • 2000 - Villacaccia: Mostra e conferenza sui tomàts nell’ambito della manifestazione “In file”
  • 2001 - Sammardenchia e Tarcento: “Il Scùmul” presenta lo strît “Farine di ues rabios”
  • 2001 - Billerio: “I tomàts tornano a casa”, nell’ambito della “Fieste dai roncs”
  • 2002 - Sammardenchia e Tarcento: “Il Scùmul” presenta lo strît “Fâ e disfâ” 2002 -Montegnacco-Alpe Adria: Mostra dei nuovi tomàts dei mascherai di Tarcento
  • 2002 - Billerio: Quattro mascherai lavorano in pubblico durante la “Fieste tai roncs”
  • 2002 - Tarcento: Simposio di scultura delle maschere lignee carnevalesche

 

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