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STORIIS
E MASCARIS DAL CARNAVÂL DI TARCINT
O vin metût adun in chest libri lis
testemoneancis dai nestris vecjos su la tradizion dai tomàts e dai strîts,
lis carataristichis mascaris di carnavâl in len e i contrascj personificâts
cun vivarose gjonde, satiriche e soradine, des fiestosis comitivis che si
metevin sù i tomàts par vivi il timp dal ”mont par ledrôs”.
A devin vite ai paîs lì che si viveve
la fieste di ducj, zovins e vecjos, unîts te stesse ridade liberadorie, ch’e
savoltave la miserie in ligrie, i sotans in sorestants, i voltâts di cjâf
in savints, ch’e butave in place, in muse a ducj, la veretât e la sbeleade,
ch’e meteve in comun i ûfs e il salamp, la farine e il vin, il cjant e la
ridade, il zûc indiaulât dai bai e des contrafazions … il savê, lis contis,
lis esperiencis di vite: il lâ pal mont, lis miseriis, lis dificultâts, la
tragjedie des vueris, lis cognossincis e i valôrs … O vin cirût di tornâ a
tiessi, in marilenghe, vierte e di valôr, il fîl des contis che al pei i nonos
ai nevôts.
E volût meti a gnûf il ricuart di abii
intaiadôrs, come Guido Boezio, Riccardo Floreani e Giovanni Nicoletti, di
Zomeàis; Aldo Micco, Attilio e Ferruccio Vidoni, Fernando Vidoni, di Samardencje;
Guido e Olvino Del Medico, Alceo Muzzolini, Francesco Muzzolini, Remo Toso,
Antonio Vidoni, di Cuie; Lodovico, Cesare, Arrigo, Tullio e Ubaldo Toso, di
Çucje. E meti in valôr cui ch’al va indenant in cheste art e al intaie vuê
i tomàts: Remo Del Medico a Cuje, Giovanni Floreani a Zomeàis, Sergio Micco
a Samardencje, Luigi Revelant a Nanarià, Dino Vaccari a Vulpins, e forsit
cualchidun altri ancjemò che no sin a cognossince. E ancjemò sustignî il tornâ
a nassi dai strîts, dulà che tai ultins agns si son metûts in mostre lis compagniis
di Ciseriis, Zomeàis e Cuie e che vuê a viodin impegnâts i zovins da “Il Scùmul”,
la compagnie di Samardencje.
E marcâ il contribût dal grop folcloristic
“Chino Ermacora” che si è inspirât ai strîts te coreografie dai “Tomàts”,
puartâde cun sucès tai cinc continents, lì che i balarins a metin intorsi
lis mascaris di len e un carnavâl plen di vite al pare vie la vecje befane.
E, come par chei altris tescj publicâts, che aromai a constituissin une piçule
golaine, l’intenzion no je dome di documentâ, il desideri e l’ambizion a son
chei di sustignî il cjapâ pît di gnovis semencis intune tradizion che no si
consumi polvarose in se stesse, ma che sei humus vivarôs pal svilup de nestre
comunitât.
Il Sindic
Lucio Tollis
L’Assessôr al Turisim
Sergio Ganzitti
I Tomàts e il mondo alla rovescia
La maschera è legata alla gioia
degli avvicendamenti e delle reincarnazioni, alla relatività gaia, alla negazione
gioiosa dell’identità e del significato unico, alla negazione della stupida
coincidenza con se stessi. In essa è incarnato il principio gioioso della
vita. E’ senz’altro impossibile esaurire il simbolismo estremamente complicato
e colmo di significati della maschera. Bisogna notare comunque che fenomeni
come la parodia, la caricatura, le smorfie, le smancerie, le scimmiottature,
ecc., non sono altro, in fondo, che suoi derivati. Nella cultura popolare
dietro la maschera si nascondeva l’inesauribilità della vita e i suoi molteplici
volti. Questa natura è indistruttibile. Anche nell’attuale vita comune essa
è sempre avvolta da un’atmosfera tutta particolare, è percepita come particella
di un qualche altro mondo. Non potrà mai diventare una semplice cosa fra altre
cose.
E va aggiunto, per capire fino in fondo
il valore della maschera nella cultura popolare, che essa era al centro di
quel secondo mondo che era il carnevale.
Un tempo in cui erano aboliti tutti
i rapporti gerarchici e gli uomini ritornavano puramente umani. La festa del
riso di tutti, riso ambivalente, gioioso e beffardo, che nega ed afferma,
seppellisce e resuscita. Il tempo in cui era possibile vivere e guardare la
realtà con occhi diversi liberati dai vincoli della norma, del ruolo e del
grado, dell’etichetta e della “decenza”. Lo spazio dove si elaborava un linguaggio
speciale, fondato sulla logica delle permutazioni continue dell’alto e del
basso, logica dei travestimenti, degli abbassamenti, delle profanazioni, delle
incoronazioni e detronizzazioni burlesche.
Un
mondo già avviato dalla metà del Seicento all’impoverimento e all’imbastardimento.
Una festa che ha quasi smesso di essere la seconda vita del popolo. Quasi,
perché, come la maschera, il principio della festa popolare del carnevale
è indistruttibile e, nonostante i modi di appiattimento e di feroce normalizzazione
imposti dai consumi “virtuali”, pur ridotto e indebolito, irriconoscibile
spesso, esso continua a fecondare i diversi campi della vita e della cultura.
A questa libertà di ciò che è diverso
e lo afferma, a questa volontà di uguaglianza che rompe steccati disumani,
a questo riso che sfida ruoli, privilegi, luoghi comuni e tabù, e liberamente
si svolge e rinasce sempre diverso e sempre vitale, a questo senso profondo
della plasticità della vita, ci richiama la presenza non banale dei tomàts.
Non banali perché ancora realizzati da mani vere, con elementi naturali, all’interno
di piccole comunità che serbano ancora traccia di quel mondo alla rovescia,
di quel mondo della ruota dove tutto è principio e fine, alto e basso, movimento
perenne che scambia sorti e posizioni, scompone e ricompone parole e gesti,
che appaiono rozzi e disarticolate, ma aspirano ad essere, e sono, vive e
vitali.
* La scheda rimanda direttamente all’introduzione
a L’opera di Rabelais e la cultura popolare, riso, carnevale e festa nella
tradizione medievale e rinascimentale, di Michail Bachtin uscito nel 1965
e pubblicato in traduzione italiana dalla casa editrice Einaudi nel 1979.
Il CARNAVALE nelle Valli del Torre - di Paolo Pellarini
Non è facile comprendere il Carnevale,
sinonimo di sovversione, nei piccoli borghi ordinati delle valli del Torre.
Il solo fatto della persistenza delle maschere di legno -“i tomàts”- ci riporta
al mito ed ai riti della propiziazione, che si perdono nella notte dei tempi.
Ancora nel 1500 la magia, il mondo dell’ occulto, aveva coinvolto non solo
il ceto popolare, ma anche i Signori del luogo, i Frangipane. Anche se mancano
documenti relativi a feste carnevalesche, un articolo degli Statuti della
Confraternita dei Battuti di Tarcento risalente al 1439 ricordava che se qualcuno
si fosse mascherato o “si trafacesse della sua faccia overo lu suo viso” sarebbe
stato cacciato dalla “Fradaia”.
L’
immaginario popolare si è sviluppato nel tempo, differenziandosi tra le zone
della montagna e della pianura. A Tarcento si svilupperà il carnevale della
borghesia con veglioni mascherati, cavalchine o sfilate di carri allegorici
(a Segnacco nel 1930, ad esempio), che venivano allestiti rappresentando il
lavoro dei campi, il “fogolâr” (alare) o l’ arrivo dell’ acqua corrente, con
i partecipanti in costume friulano. Sulla Rivieradi Coia ed a Sammardenchia
si è concentrata, in particolare dalla fine dell’800, la lavorazione artigianale
dei “tomàts”, che venivano impiegati, da giovani ed anziani, sulle piazze
nelle feste popolari caratterizzate dagli “strîts” (in friulano: trillo d’uccello),
vere e proprie simulazioni o denunce umoristiche degli Amministratori, ma
anche di altri personaggi noti. Questa era l’ occasione per i gruppi mascherati
di girare per le case, accompagnati da “armoniche e liron” (fisarmonica e
contrabbasso), fare qualche ballo e raccogliere per una cena comune uova,
salame, farina, vino ed altro.
Nella zona montana prevale l’aspetto
più misterioso ed oscuro del carnevale, caratterizzato dal “veliko (vecchio)
Pust”, un personaggio silvestre con una maschera di foglie e muschio ed un
vestito su cui sono appesi i tutoli del granoturco.Il “veliko Pust”, rappresentato
da un fantoccio di paglia, subisce l’ impiccagione o l’ esplosione mediante
una miccia, a rappresentare la fine del Carnevale. A Lusevera era tipico “fâ
marcjât” (far mercato), una burla che consisteva nel prendere dalle case alcuni
oggetti, all’ insaputa del proprietario, e portarli di notte nella piazza
del paese, per poi al mattino seguente osservare le facce stupite dei malcapitati
che cercavano disperatamente le proprie cose.
Il
filo conduttore è comunque il contrasto, che si basa su un canovaccio tramandato
oralmente e che prende di mira alcune famiglie o alcuni personaggi. E’ abbastanza
noto il contrasto tra i due centri di Lusevera, che rappresenta l’Impero,
e Micottis, che rappresenta la Repubblica. Alla fine c’è sempre un paciere,
un nuovo “pust”, vestito però con giacca nera, marsina e cilindro in testa:
i contendenti si daranno la mano, per la pace sul ponte, e tutti faranno un
brindisi augurale. Più in su ad Uccea, maggiormente vicina alla tradizione
resiana ma fisicamente prossima alla valle del Torre, ci sono le donne che
si vestono in bianco e portano in testa corone di fiori e di nastri colorati,
che sono chiamate “Te lipa bile”.
Ancora a Micottis esisteva la “fantustrine”,
una alleanza giovanile di iniziazione, diretta da un anziano, alla quale si
poteva accedere una volta compiuti i quattordici anni; se si pagava la “fantossina”
(da fant = giovanotto) costituita da denaro o vino, era possibile anche andare
in maschera. A Nimis i travestimenti tipici erano quelli di animali, I’orso,
il toro, il gallo, ma in particolare le donne partecipavano alle feste con
“muritinis e vultins”, che non si potevano togliere.
Nella valle del Cornappo il calendario
offre una distinzione tra le varie manifestazioni del carnevale: il lunedì
il Carnevale piccolo (Fantisco), il martedì quello grande, e poi il Carnevale
dei poveri e quello dei ricchi (sabato grasso). A Monteaperta si svolgeva
durante il carnevale ogni sera, un dibattito tra Pubblico Ministero e Giudice
sul matrimonio fantomatico di alcune coppie presenti (nel locale Carloni,
quello della “Tigre”), finchè l’ ultimo sabato con solennità veniva pronunciata
la sentenza finale del divorzio, tra lazzi e bevute dei presenti. Anche nelle
valli del Torre, dunque, nella realtà umana di ogni giorno e nella finzione
del carnevale, viene evidenziato quell’ eterno confronto tra il bene ed il
male, tra l’ ordine e il disordine.
Le notizie riferite
alle località citate nel testo sono la sintesi di varie interviste raccolte
dall’autore tra la fine degli anni ‘80 e l’inizio degli anni ‘90.
Miseria di soldi ma non di allegria
Da un panorama generale che riguarda tutto il territorio della Valle del
Torre, spostiamo ora l'attenzione sulla zona di Tarcento, ascoltando narrazioni
di Anziani, testimoni dei carnevali dei tempi passati.
di Attilio Vidoni - Sammardenchia
Qui a Sammardenchia le maschere di
legno venivano chiamate “burutinis” e le facevamo Ferdinando Vidoni, che era
del 1912; Sergio Micco, che è del 1935; mio fratello Ferruccio, anche lui
del 1935 ed io, che sono del 1926. Nei mesi di novembre e di dicembre, quando
si andava a tagliare legna nel bosco si mettevano da parte quei pezzi di legno
che si ritenevano adatti a costruire “lis burutinis” (maschera di legno),
adatti per la forma: un ramo per fare il naso, un nodo, un buco già lavorato
dal picchio, qualcosa insomma che attribuisse una fisionomia particolare alla
maschera. I tipi di legno maggiormente adoperati erano l’acero, l’ontano ed
il noce, che non si spacca e non ha nervatura.
Qualche attrezzo lo si aveva in casa
come ad esempio lo striscio, che si adoperava per togliere la corteccia ai
pali di legno, o lo spino, adoperato per scavare il retro delle maschere,
qualcuno veniva fatto appositamente, come sgorbie e scalpelli, nelle fucine
di Domenico Vidoni o Arturo Sommaro.
I tomats li costruivamo quando eravamo
liberi dal lavoro, la festa o quando pioveva, durante il giorno, perché non
c’era la luce elettrica e non si poteva adoperare la lanterna a petrolio o
il lume ad olio o l’acetilene, perché ce n’era uno solo per ogni casa, e poi
non si vedeva bene per lavorare. La luce elettrica è arrivata a Sammardenchia
l’8 di settembre del 1943.
Si sgrezzava il tomàt sul ceppo con
la mannaia, poi si lavorava con sgorbie e scalpelli, anche il retro che veniva
rifinito per bene perché doveva adattarsi perfettamente al viso di colui che
lo indossava. In Sammardenchia non era abitudine usare denti o peli di animale
per rifinire le maschere, servivano otto o dieci ore per intagliare una maschera.
Facevamo i tomàts per tutti i componenti della mascherata, ogni anno serviva
qualcuno di nuovo: o perché andava perso, o qualche emigrante lo portava all’estero
o qualche nuovo arrivava nel gruppo. La mascherata, i cui componenti rappresentavano
i nove borghi di Sammardenchia, si divideva in due squadre: una “a bello”
ed una “a brutto”. La prima, stava davanti ed era accompagnata dalla fisarmonica,
con giovani, donne e uomini, con il viso dipinto da rossetti ed altri belletti,
annunciava l’arrivo delle maschere “a brutto”, la seconda, composta da soli
uomini, di solito i più vecchi, con addosso i tomàts e vestitacci e zoccoli,
per essere quanto più possibile brutti.
Si andava in maschera dal giorno dell’Epifania
fino al martedì grasso, due o tre volte per settimana, il martedì, il giovedì
ed il sabato, quando il gruppo era più numeroso, eravamo anche in trenta.
Si andava nelle case dove c’erano ragazze, anzi le ragazze si radunavano appositamente
in quelle case, solitamente le più grandi, dove certamente sarebbe passata
la mascherata. Si cantava, si ballava e si faceva qualche scherzo. Il giovedì
grasso nelle famiglie ci davano qualcosa da bere con i crostoli e frittelle
lievitate; il martedì grasso, quando la mascherata stava fuori tutto il giorno,
dalle nove del mattino fino a notte fonda, ci davano salame, formaggio, uova
e qualche litro di vino che mettevamo in una damigiana che avevamo sempre
al seguito.
Il sabato successivo si faceva la cena
con quello che avevamo raccolto, quello che restava lo davamo alle famiglie
più bisognose, soprattutto anziani. Oltre che in paese andavamo a Coia, Zomeais
e Malmaseria, soprattutto nelle osterie; qualcuno di noi, il martedì grasso,
andava giù a Tarcento. Durante la mascherata si facevano le comiche o “strîts”
Il capogruppo in queste scenette era Ferdinando Vidoni, ci si trovava a casa
sua dove si discuteva l’argomento dello “strît” e poi ad ognuno veniva assegnata
la parte. Per carnevale erano presenti anche gli emigranti, infatti partivano
verso la fine di marzo o i primi di aprile.
Era stata spostata anche la festa di
San Luigi (21 di giugno), protettore dei giovani, affinché anche gli emigranti
potessero far festa in paese. Nel periodo di carnevale si sposava tanta gente,
perché gli emigranti erano a casa e perché durante la Quaresima non ci si
poteva sposare. A quei tempi, miseria di soldi, ma non di allegria.
Ferruccio Vidoni - Sammardenchia
Negli anni cinquanta, quando avevo
diciassette diciotto anni, io ed altri tre o quattro di Sammardenchia avevamo
allestito un carro carnevalesco e, dopo esser stati in giro per il paese,
siamo andati a Tarcento, accompagnati dalla fisarmonica. Portavamo tanta allegria
e tanta gente ci seguiva contenta. Avevamo costruito delle grandi maschere
di cartapesta, con telaio in ferro, rete metallica e carta di giornali attaccata
con colla fatta con la farina bianca.
Un anno avevamo allestito una scenetta
dove uno di noi, vestito di tante fotografie, doveva fotografare una famiglia
molto strana: l’uomo, con una testa moto grande, la moglie, con una testa
piccolissima, ed il figlio senza testa del tutto; per attirare la loro attenzione,
e perché guardassero la macchina fotografica, si serviva di un grosso topo
rinchiuso in una gabbia di uccelli. Siamo andati così anche a San Daniele,
nel campo sportivo, dove c’era tanta gente a vedere i carri. Un anno invece
abbiamo realizzato un carro dove i marziani uscivano da una grande luna, tutto
questo prima ancora che l’uomo andasse sulla luna.
Siamo riusciti a far muovere il viso
di quelle grandi maschere: con tre quattro tubi di gomma, che io soffiavo
opportunamente con la bocca, - collegati a camere d’aria di bicicletta, elastici
e alla camera d’aria di un pallone di cuoio – riuscivo a far muovere la bocca
e gli occhi che riuscivano anche ad ammiccare. Si accompagnava al carro Domenico
Vidoni anche lui di Sammardenchia, già di per sé una macchietta, che mettendosi
un pupazzo sul davanti sembrava che fosse lui stesso portato dal pupazzo.
Con questo carro siamo andati al carnevale di Gemona, dove abbiamo vinto un
premio.
Tullio Toso - 1912 - Zucchia
“Alceo andava in maschera coi suoi amici
di Coia, ma lui non faceva le maschere; le facevamo io e mio fratello Baldo
per tutti. Loro andavano in maschera ogni sera, con vestitacci e zoccoli,
bussavano alle porte delle case ed entravano a raccontare “zatare” (satire
sui fatti e persone locali) o a fare “macacadis”. Noi andavamo a suonare,
ma non in maschera, a Magnano, Artegna, anche a Montenars, su per il Cjampeon
di notte con il ferâl, e si andava per le case, dove c’erano ragazze.. prima
si suonava fuori, poi ci facevano entrare. Si alzavano madri e figlie, anche
se erano a letto! C’ero io con la chitarra, Toni Ucel con il contrabbasso,
Onofrio con il mandolino... ci divertivamo.
Dopo arrivavano le maschere a fare la
commedia, ma poi andavano via. Olvino e Meni “Surîs” (Domenico Del Medico),
Cesar (una macchietta) andavano a Coia, inizialmente con le maschere di Vico
(Vico Toso, morto giovane, nel ‘15). Mia madre faceva la sarta, lavorava giorno
e notte per mantenere i figli. Lei faceva i vestiti di tela di sacco, li colorava
con le tinture e li inamidava perfino, perché andassimo in maschera con vestiti
eleganti, con il frac; era bravissima in questo. Le mascherate sono durate
fino alla seconda guerra mondiale, dopo no, poca cosa. Conoscevo Floreani
Riccardo e Guido Boezio di Zomeais, ma loro hanno cominciato dopo a fare maschere,
all’inizio usavano le nostre, venivano da Zomeais a prenderle.
Si sgrezzava il legno con l’accetta,
poi si scolpivano i lineamenti, senza finirli; si scavava dietro lo spazio
per il viso ed infine si rifiniva con gli scalpelli tenendo la maschera in
mano. Aveva un centimetro di spessore! Il legno era di “vencjaresse” (salice)
o “ornâr (ontano)”, legno dolce insomma. Si andava a rubarla, la “vencjaresse”,
di notte con il “seon”(segone). Si dipingevano con pochi colori, solo tre-quattro;
colori a terra, semplici”.
Mio padre Vico insegnava in una scuola
tecnica a Parigi e quando tornava a casa, per le elezioni ad esempio, era
considerato una personalità; lui scriveva anche. E poi è stato il primo a
fare -a mano- i chiodi quadrati qui a S. Biagio: aveva la prima fabbrica a
Tarcento; esiste ancora il sasso che faceva da stampo. C’era anche un vecchio
chiamato “il cotolòn”, perché aveva un lungo grembiule che trascinava a terra;
fabbricava “furducjs”(succhielli) di tutte le dimensioni: avrebbe voluto insegnare
ai giovani il suo mestiere, ma nessuno sembrava veramente interessato. Io
ero bambino e stavo ore a guardare come facevano e a cercare di imparare.
Nessuno cura più quei vecchi mestieri,
per esempio il battirame: Toffoletti (il padre della dottoressa) è stato un
artista, aveva imparato con Flebus. E il maniscalco: ce n’era uno in via Dante
e uno a Loneriacco, sulla strada, “il barbòn”(il barbone) lo chiamavano, aveva
quattro lavoranti. Mio fratello Baldo aveva fatto la scuola d’arte a Udine
ed aveva insegnato anche lui per qualche anno, prima di lavorare in proprio.
Faceva dipinti per le chiese, che venivano approvati preventivamente dalle
“Belle Arti”.
Otmar Muzzolini
Billerio Che carnevali, quegli anni,
a Billerio! Erano il più bell’intermezzo dell’anno. Lo aspettavamo con ansia
e già ai Santi si cominciava a pensarci e organizzarci per viverlo al meglio.
Cercavamo le sale dove avremmo ballato, cercavamo i “tomàts” per andare in
maschera, mettevamo da parte salsicce e cotechino per le cene che avremmo
fatto, spiccioli per i crostoli che avremmo fritto.
Piccole cose, d’ accordo, cose di paese
e di borgo, ma che bello! Le sale da ballo erano le grandi cucine che un tempo
si trovavano ancora in qualche casa, e che oggi non ci sono più: là di Fabro,
là di Trivilin, là de Gjale, là di Ferigo, di Mezelan, là de Dosche... quelle
grandi cucine che davano sul fogolâr, attraverso una porta a tre ante tra
due mezze colonne di stipite.
Le orchestre che avrebbero suonato
erano formate da noi stessi, poichè noi tutti o quasi, sapevamo più o meno
suonare una chitarra o un mandolino, a orecchio, sotto la direzione di puar
Nòfrio. Suonavamo a turno, per poter anche ballare ogni tanto. Puar Minzin
o puar Toni Ucel, accidenti quanti “puars” (compianti), venivano a supportare
l’orchestra con fisarmonica e contrabbasso. Se Minzin, che era molto richiesto,
non riuscivamo a farlo venire con noi, andavamo a cercare un sostituto a Martinazzo,
ché ce n’ erano di bravi anche là, e venivano per il pasto e per un po’ di
pannocchie o castagne. Di solito si ballava il sabato, perché si poteva tirare
tardi senza pensieri per il giorno dopo.
Ci si vestiva bene: un pizzico di vaniglia
nel taschino della giacca per profumare, un po’ di brillantina sul ciuffo
e via con i vàlzer, le pòlche, le mazùrche, i tanghi, e a ristorarsi con il
vino ogni tanto, che passava di bocca in bocca nelle brocche o nei bottiglioni.
E andavamo in maschera, “a brut”. Tomàts di cent’anni sul viso, a trasformarci
in diavoli, con nasi bitorzoluti e paurosi a vedersi, con brufoli qua e là,
con gozzi spropositati; vecchie giacche, diventate blu con il solfato; vecchi
cappotti militari della guerra del 15; e zoccoli con il fieno dentro, sui
piedi nudi. Per un senso di ospitalità tradizionale, che nessuno rifiutava,
le maschere potevano entrare anche nelle feste più private, sicure che nessuno
avrebbe cercato di scoprirle; e ballare anche, a patto che, dopo tre balli,
o mostrarsi o andarsene!
Succedeva spesso che venissero offerti
crostoli, che venivano sparpagliati su un lenzuolo a terra, o messi in un
cesto della biancheria; oppure polenta fredda e brovada, o susine. Di solito
il tutto veniva offerto dopo un discorsetto “ad hoc”, come si dice, o dopo
un po’ di teatro. E dopo tutti in cerchio a mangiare, in fretta, per non perdere
neanche un minuto di ballo. Carnevali di una volta, di paese e di borgo! Carnevali
familiari, senza pretese e di poca spesa. E oggi, qui, tante cose sono cambiate.
I rapporti tra le persone si sono allargati, i mezzi e le possibilità sono
tante, le distanze non contano più, il Carnevale non è più “a brut”, e i giovani...
Ecco, ai giovani d’oggi che vivono
in un mondo più facile del nostro degli anni venti o trenta, un augurio: che
il loro Carnevale possa dargli la stessa gioia che ci hanno dato i nostri,
nella loro limitatezza, nella loro modestia, nella loro grande ingenuità.
Carnevâi da “Il Pignarûl” - 1974
Bruno Peressoni - Borgo Urana
Ricordo Billerio come centro delle
mascherate degli anni ‘20 e ‘30. Cominciavano ad andare in maschera addirittura
la sera del 6 gennaio; ricordo che Alceo era il più attivo. Allora non c’erano
particolari restrizioni nella partecipazione, potevano partecipare sia uomini
che donne; mi ricordo di un gruppo vivace ed attivo per molti anni: c’erano
Alceo (Muzzolini) di Billerio che era il trascinatore, Corrado (Zaccomer)
di Noglareda e poi Franz e Iordan di Billerio. Andavamo per le case, specie
dove c’erano ragazze, si ballava, c’era sempre musica e allegria; dopo un
po’ arrivavano alcuni mascherati - con i tomàts - a dire stupidaggini per
divertire; a volte preparavano “une zàtare” o “strît” per prendere in giro
qualcuno, magari in rima.
Funzionava ad esempio più o meno così:
Meni Ucel (Otmar Muzzolini) diceva una strofa, e Carli de Buse gli rispondeva,
e così andavano avanti a lungo, finchè l’ispirazione li sosteneva: si rideva
a crepapelle. Mi ricordo ancora qualche battuta: “Cenco malvivente, sbarbatore
di polente”, oppure “Rinaldo Vincjarêt, cun che muse color fum di pêt”. Mi
ricordo anche una che si riferiva a Tuttin, il tassista, che veniva all’osteria
di Gjén, con la Balilla -in quegli anni!-: “Se il comune non si impensa, di
rischiarar le nostre androne, al è pur simpri qualchi mone, ch’e nus ven a
inluminâ”. “Se uno faceva più di tre balli nello stesso posto, doveva togliere
la maschera... Un anno poi, mi pare fosse il ‘32 o il ‘33, mi ricordo della
“bande rabiôse”, era un gruppo di 25 giovani del borgo di S. Giacomo di Billerio.
Franz e Meni Ucel avevano costruito
gli strumenti da soli, erano strani e ridicoli ma suonavano... un mandolino
fatto con un pitale, per esempio; io avevo un trombone, c’era anche il tamburo;
il direttore era Ucel, il fratello di Otmar: suonavamo perfino la marcia nuziale
dell’ Aida!” Avevamo fatto le prove ogni sera per più di quindici giorni.
Avevamo anche un tamburo rotto, dove raccoglievamo tutto quello che la gente
ci donava: cibarie per lo più. Una sera siamo andati su fino a Coia e poi
giù a Tarcento in piazza Libertà: era piena di gente che ci aspettava, perchè
avevano saputo che stava arrivando “la bande rabiôse”. Davanti a tutti c’era
un cavallo, il cui cavaliere gridava: ‘annunzio vobis gaudium magnum, ae sta
par rivà la bande rabiôse!’ Franz e Jordan erano davanti a tutti. Le maschere
venivano intagliate dai Toso; tutti in famiglia erano bravi, non soltanto
Vico... E ricordo che le faceva anche Franceschin, e anche il padre ed uno
zio di Alceo.
Olinto Pinosa - 1915 - Villanova delle Grotte
Le maschere si facevano anche di cartone,
con valige vecchie; si dava un po’ di forma e poi si facevano i buchi. Si
attaccava il naso, e un po’ di pelo o addirittura la spelaja dei materassi
o la “barba” delle pannocchie. Qui a Villanova tutti si arrangiavano a farle
da soli, per usarle, con qualsiasi materiale; anche con radici o pezzi di
legno quasi marcio che si trovava nel bosco. Tra le borgate c’era rivalità.
Quella volta si usavano vestiti allegorici, presi a noleggio, per essere più
eleganti e sentirsi “superiori”.
E non si risparmiavano le frecciate;
ricordo uno che diceva: “Ci sono certe signorine, che sembrano delle madonnine,
ma sono delle vere sgualdrine” . Qualche volta si vestiva anche il vecchio,
con la maschera di legno e i peli, altrimenti si usavano quelle di cartone”.
Andavano in maschera solo gli uomini, finché si sposavano. Si andava in maschera
nelle case dove c’erano le ragazze. Si entrava uno alla volta, ed ognuno faceva
una “parte” di una pantomima, una satira; potevano essere anche 5 - 6 alla
volta, e poi si ripeteva in un’altra casa e così via.
Si era vestiti semplicemente, anche
senza maschera. Si prendevano in giro i presenti, magari cambiando i nomi
per non farsi capire o per non offendere direttamente. Tutta la gente della
borgata veniva a sentire: era una specie di “teatro”, per divertire le persone.
Qualche volta si portavano in giro anche
le slitte; un’ altra volta uno era vestito da diavolo (Cesare mi pare), tutto
nero di fuliggine, ed un altro vestito da frate confessava i suoi peccati.
Alla fine Carnevale faceva testamento; come una specie di confessione.
COME SI REALIZZA UNA MASCHERA di Luigi Revelant
Nei racconti si coagulano ed emergono
due elementi comuni e, possiamo dire, identificativi del Carnevale tarcentino:
le maschere di legno - i “tomàts” - e le satire -gli “strîts”. Vediamo allora
come nasce una maschera di legno, attraverso la descrizione che segue.
Attrezzi e legni
Le
maschere vengono realizzate per essere usate: va da sé dunque che il legno
da scegliere deve essere possibilmente leggero, ed anche facilmente reperibile
in loco. Fra le essenze più usate troviamo il tiglio -”tej”, comune albero
decorativo ma che cresce spontaneamente anche sul Bernadia, specie dalle parti
di Villanova delle Grotte. Anche l’ontano -”alme” o “olnâr” - dal bel colore
rossiccio, viene sovente usato; ed infine la “vencjaresse” (salice), un tempo
molto comune vicino ai vigneti. I ferri impiegati per l’intaglio sono le sgorbie
- “sgoibis”-, in tutti i formati e le dimensioni che la fantasia dell’intagliatore
richiede. In genere ne bastano da 10 a 20, per tutte le necessità: almeno
due lame di larghezza 40-50 millimetri -una dritta ed una leggermente curva
- per la sgrossatura, tre o quattro tonde di varie dimensioni per i particolari
incavati, altrettante leggermente curve per le finiture ed un paio a “V” per
le incisioni ed i dettagli. Molte altre sono utili, volendo aggiungere raffinatezza
al lavoro, tuttavia non sono indispensabili.
Come si inizia - sbozzatura
La
fantasia o il caso hanno sollecitato all’autore un particolare soggetto, che
è stato possibilmente riportato su carta per fissare l’idea. Esso può venire
completato con l’indicazione delle misure approssimative che l’opera finita
dovrà avere. Si deve ora scegliere il legno adatto, generalmente un semitronco
di almeno 25 centimetri di diametro e altrettanto in altezza, facendo attenzione
che sia stagionato ma non troppo secco oppure fessurato, altrimenti può presentare
difficoltà di lavorazione. Si inizia togliendo la corteccia con una accetta
affilata, si sbozza poi grossolanamente la forma decisa per il soggetto, usando
lo stesso attrezzo su un ceppo di legno; oppure, dopo averlo fissato saldamente
sul banco da falegname, si inizia a sgrossare le forme principali con le sgorbie
più larghe. In questa prima fase ci si concentra solo sui piani e le dimensioni
di massima, senza troppo curarsi dei dettagli. Questa è una parte fondamentale
del lavoro, perché determina l’esito finale: richiede decisione ed anche forza,
poiché spesso vengono tolte “fette” abbastanza grandi di materiale con pochi
colpi (e naturalmente con ferri ben affilati!)
Fasi centrali e finiture
Ora
si prosegue a definire i dettagli del soggetto: si “porta fuori” il naso,
dritto, bitorzoluto, pendente, all’insù, o come l’idea originale richiede;
si lavorano le guance e si imposta la bocca; si scavano gli occhi, ci si sposta
sulle sopracciglia e la fronte. Si usano per questo le sgorbie medie: quelle
curve di varie dimensioni e quelle a “V”, quando è richiesta la definizione
di un lineamento più deciso. Naturalmente ogni autore ha le sue preferenze
riguardo all’ordine delle operazioni; tutti comunque lavorano alternativamente
sulle varie parti del viso, per mantenere il controllo delle proporzioni scelte
e la rispondenza all’idea originale. Quando la maschera si avvicina ai connotati
desiderati, è il momento di iniziare a svuotare la parte posteriore, per adattarla
al volto di chi la indosserà. Viene qui usato un attrezzo particolare ed ormai
poco consueto: una specie di martello con la lama concava e ricurva, con il
quale si può asportare più facilmente e velocemente il materiale. Questo attrezzo
però richiede una buona maestria e, soprattutto, una buona mira! Naturalmente,
per ottenere lo stesso scopo, si possono usare anche le normali sgorbie curve
o “a cucchiaio”. Ad ogni modo, più accuratamente viene eseguito questo lavoro,
più confortevole sarà l’uso da parte del mascherato. Terminata questa importante
anche se non appariscente fase, si passa alla rifinitura dei dettagli. Vengono
ora utilizzate sgorbie molto ben affilate, sia quelle larghe e leggermente
curve - per “levigare” con il taglio netto e continuo le superfici più dolcemente
arrotondate -, sia quelle più strette e accentuate - per dare carattere ai
lineamenti. Chi sceglie invece una levigatura finale più raffinata e morbida
utilizza anche la carta vetrata, ripassando tutte le superfici con attenzione
per togliere le spigolosità e i segni di lavorazione delle sgorbie
Fonti di ispirazione e destinazione d’uso
Le maschere più belle sono lis burutinis,
cioè quelle che mostrano le deformità, il grottesco, il pauroso di un volto.
L’ispirazione può venire da caratteristiche “speciali” di un viso, ispirando
così caricature grottesche e divertenti. Oppure può essere il desiderio di
rappresentare l’istinto selvatico da “omp dal bosc”(uomo del bosco), per incutere
timore. O anche il diavolo e la strega, soggetti da esorcizzare per vincere
le paure dei più piccoli - e non solo. Diverse e libere sono le ispirazioni,
non riconducibili ad una matrice comune del Carnevale tarcentino, che non
ha avuto e codificato personaggi simbolici, da ripetere sempre uguali anno
dopo anno. Lo testimonia la grande varietà di soggetti, immagini grossolane
o raffinate, visibili nella raccolta delle vecchie maschere delle Valli del
Torre, conservate nei Civici Musei Udinesi. Negli anni fra le guerre, ed anche
dopo, fino agli anni ‘60, queste maschere vennero usate attivamente negli
strîts, o zataris, inventate e “recitate” liberamente per stare insieme in
allegria.
GLI “STRÎTS”, OGGI
Ed ora l’altro elemento,
la satira, frutto della fantasia di gruppi locali. Uno in particolare, “Il
Scumul” di Sammardenchia, si è fatto apprezzare negli ultimi anni come protagonista
molto attivo e divertente.
Viene qui riportato uno strît: che
ha segnato nel 1993 la rinascita di questa tradizione mentre quello relativo
all’ultimo carnevale lo troviamo nella versione friulana. I testi di solito
sono brevi, solo un canovaccio, un “sentiero” che il gruppo di mascherati
percorre improvvisando, fino alla conclusione più esilarante. Per renderli
più comprensibili alla lettura sono quindi stati trascritti e completati.
Naturalmente non è possibile rendere l’atmosfera della esecuzione, che deve
essere necessariamente ”vissuta” di persona.
Pifanie a Tarcint - Gruppo di Coia -
1ª Scena
Entra un Carabiniere seguito dal Sindaco con la inseparabile bici; il C. ordina
ai presenti di spostarsi e far strada al Sindaco. che va alla scrivania. Il
narratore chiede attenzione e introduce la storia: la vera storia del Pignarûl
Grant di quell’anno, che inizia alla vigilia di Natale, quando il Sindaco
riceve una strana telefonata da uno degli organizzatori dell’Epifania... Il
Sindaco siede alla scrivania ed esamina le carte.. Squilla il telefono, all’altro
capo ci sono M... e N... (le cui maschere entrano in scena) che comunicano
le loro dimissioni dal Comitato Organizzatore; il Sindaco appare molto sconsolato,
la telefonata si interrompe bruscamente.
Da quel momento, M... e N... vagheranno
sempre sulla scena come fantasmi, parlottando, suonando il piano o bevendo
“taglietti”. Il narratore annuncia l’arrivo di Flor... (con berretto “Makita”)
Flor... chiede notizie di un contributo per un torneo di calcio, il Sindaco
risponde bruscamente dicendo che ha problemi ben più importanti e urgenti,
come trovare chi organizza l’Epifania! F... rincuora il S.: c’è qui lui per
questo, non è stato forse il consulente di Italia ‘90? Farà lui l’Epifania,
meglio di chiunque!
Il Sindaco. telefona subito all’Assessore
C..., per l’assenso; durante la telefonata si mette in piedi e s’inchina più
volte ..”Sì Assessore, ... sì Assessore...” ed alla fine, visibilmente sollevato,
dà l’incarico a F... e gli consegna le chiavi della Pro Loco. I due escono
di scena.
2ª Scena
Il narratore illustra il lavoro alacre della preparazione del Pignarûl, dell’organizzazione
del corteo e della fiaccolata, del Premio Epifania. Siamo al giorno tanto
atteso, prima della salita al Cjscjelat della fiaccolata. Una maschera entra
in scena con una grande siringa di Attak, va alla porta della Pro Loco ed
armeggia, poi esce di corsa. Flor... rientra e va alla porta della Pro, che
è bloccata. Impreca.
Entrano gli alpini di Coia, che allestiscono
il Pignarûl. Flor... si piazza al centro della scena e dirige i lavori, vociando
forte. Parla di frequente con la ricetrasmittente, dando disposizioni al regista
del corteo, al buffet del Premio Epifania, ecc. Entra in scena DL... (fiaccola
dietro la schiena), si avvicina a F... facendogli notare che il Pignarûl non
si fa così ma... F... sbraita che da quest’anno si fa tutto nuovo, che il
Direttore è lui, che DL... si adegui o se ne vada! DL... si allontana e F...
continua a dare disposizioni. Entra di nuovo DL..., chiede notizie sul numero
dei figuranti del corteo, l’anno scorso ce n’erano 130... F... sbraita ancora
più forte: c’è un regista che se ne occupa e DL... non disturbi e se ne vada!
Di Len... si allontana ancora e F... continua a dare disposizioni. Entra di
nuovo DL..., chiede chi farà la fiaccolata, perché lui e i suoi ragazzi...
F... lo interrompe inviperito, proibendogli di andare con le fiaccole e guai
a lui se accenderà il Pignarûl ! DL... ubbidisca o se ne vada! F... e DL...
escono di scena.
Il narratore ricorda che sta iniziando
la salita della fiaccolata Entra il Carabiniere con un volante in mano e si
siede su una sedia; a fianco siede DL... con la torcia in mano. Partono con
l’auto verso il Cjscjelat; di frequente DL... fa fermare l’auto e ordina ai
suoi ragazzi di stare più vicini, o più lontani, o di allungare il passo.
Arrivano infine a Coia, il Carabiniere. esce di scena e DL... incita i suoi
ragazzi, dà fuoco al Pignarûl ed esce rapidamente di scena. La luce dentro
il Pignarûl va al massimo.
3ª Scena
Il narratore si meraviglia che il Pignarûl sia già acceso, mezz’ora prima
dell’orario stabilito. Arriva al C jscjelat
la maschera del Vecchio Venerando, anche lui meravigliato di trovare il Pignarûl
acceso e già quasi consumato; la luce del Pignarûl si attenua e si spegne,
il Vecchio dà un calcio al Pignarûl, che si squaglia completamente. Comincia
a girare faticosamente intorno ai resti, lamentandosi di aver fatto tanta
strada per niente.
Rientrano una alla volta le maschere
degli altri protagonisti, e seguono in tondo il Vecchio Venerando; nell’ordine
il Sindaco, F..., DL..., il Carabiniere, M... e N... Mentre girano in tondo
litigano; uno apprezza, l’altro disprezza, F... è inferocito con DL... per
l’anticipo dell’accensione, DL... incolpa F... della esiguità del corteo,
dandogli del “dilettante”, il Carabiniere cerca di fare da paciere... Il Vecchio
si tira fuori dal girotondo e considera sconsolato come a Tarcento non si
possa andare d’accordo nemmeno nell’organizzazione delle feste! Gli altri
escono di scena azzuffandosi.
Il narratore informa che non è finita;
manca la consegna del Premio Epifania! Richiama quindi in scena le maschere
e scherzosamente si assegna: a DL..., un mini-Pignarûl con una scatola di
fiammiferi; a F..., un annaffiatoio; al Sindaco, un foglio arrotolato e legato
con nastro rosso. Il Sindaco. apre il foglio ed esclama “ma non c’è niente!”.
In coro gli rispondono: “in effetti è proprio quello che hai fatto per l’Epifania
di quest’anno!
Manifestazioni
Per completare questa pubblicazione,
riportiamo gli episodi più significativi della riscoperta di questa tradizione
tarcentina, una “perla della Perla”, se così possiamo chiamarla.
- 1987 - Tarcento: Mostra di tomàts a Palazzo Frangipane
- 1988 -Milano: Grande mostra di oltre 50 tomàts nella galleria d’arte “Studio
Bramante”
- 1992 - Tarcento: Prima edizione del laboratorio delle maschere
- 1992 -Milano: Mostra dei tomàts nella Circoscrizione 15
- 1992 - Udine: Mostra in Fiera, a “Idea Natale”
- 1993 - Tarcento: Seconda edizione del laboratorio, con il nome “I tomàts:
fascino antico, nuove emozioni”
- 1993 - Tarcento: Rinascono gli strîts, portati nelle osterie dai gruppi
di Sammardenchia, Coia e Ciseriis
- 1994 - Tarcento: Terza edizione del laboratorio “I tomàts: fascino antico,
nuove emozioni”
- 1995 - Tarcento: Quarta edizione del laboratori, “I tomàts: fascino antico,
nuove emozioni”
- 1996 - Cividale: Mostra dei tomàts, nell’ambito della festa di Carnevale
“Scaramatte”
- 1998 - Sammardenchia: Nasce “Il Scùmul”, compagnia che rinnova e fa rivivere
gli strîts e presenta “Il parto”
- 1999 - Sammardenchia: “Il Scùmul” presenta lo strît “Il processo”
- 2000 - Sammardenchia e Tarcento: “Il Scùmul” presenta lo strît “Berto,
il clone”
- 2000 - Villacaccia: Mostra e conferenza sui tomàts nell’ambito della manifestazione
“In file”
- 2001 - Sammardenchia e Tarcento: “Il Scùmul” presenta lo strît “Farine
di ues rabios”
- 2001 - Billerio: “I tomàts tornano a casa”, nell’ambito della “Fieste
dai roncs”
- 2002 - Sammardenchia e Tarcento: “Il Scùmul” presenta lo strît “Fâ e disfâ”
2002 -Montegnacco-Alpe Adria: Mostra dei nuovi tomàts dei mascherai di Tarcento
- 2002 - Billerio: Quattro mascherai lavorano in pubblico durante la “Fieste
tai roncs”
- 2002 - Tarcento: Simposio di scultura delle maschere lignee carnevalesche
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